Dalle isole dell’Oceano Pacifico al centro di Manhattan passando
per la Medina di Dakar e per la baia di Loch Nevis in Scozia.
La grande avventura degli Internet cafè ha inizio nel 1994
al numero 39 di Whilfield Street, nel cuore della capitale britannica. Eva Pascoe
e Gene Teare, giovani amiche (polacca la prima e canadese la seconda), traggono
ispirazione dalla tradizione dei caffè artistici viennesi, parigini e berlinesi
degli anni Venti e sperimentano un locale dove è possibile consumare un panino,
bere una tazza di tè e «fare una chiacchierata con il mondo». Con un investimento
iniziale di 50mila sterline costruiscono Cyberia, un bar con 10 computer
e 4 macchine per il caffè. Il locale supera subito ogni più rosea prospettiva
di successo.
«Il nostro intento originario - dichiara Karen Durham-Diggins, portavoce del
cybercafè - era quello di mettere a disposizione un forum per chi raramente
ha la possibilità di entrare in contatto con Internet: le donne. Ma poco alla
volta il concetto originario ha dovuto essere abbandonato. Il locale è stato
letteralmente preso d'assalto dagli impiegati degli uffici vicini e dalle famiglie
del quartiere». Oggi Cyberia è un impero che vale 7,5 milioni di dollari
e ha filiali a Edimburgo, Manchester, Kingston, Dublino, Tokyo, Bankok e persino
all’interno del Centre Pompidou di Parigi. La sua filosofia di business, nata
tra la Goodge Street Tube Station e Tottenham Court Road, ha invaso i cinque
continenti: navigare la Rete sorseggiando la propria bevanda preferita.
Votare on line il proprio locale preferito
Per festeggiare il decimo "compleanno" degli Internet cafè, Yahoo
England ha indetto un concorso on line. Chiunque, collegandosi al motore di
ricerca, potrà (fino al prossimo 1° novembre) inviare la propria segnalazione
a internetcafeawards@yahoo.co.uk
e votare il web pub preferito. Quattro le categorie selezionate: il più remoto,
il più elegante, il più "buono" e il più economico. Ancora sconosciuti i possibili
vincitori anche se già si fanno alcuni nomi. Primo fra tutti il cyber
rifugio che ha aperto i battenti all’inizio dell’anno sulla cima dell’Everest.
A seguire i due locali di Tuvalu, isola dell’Oceano Pacifico che, al motto di
«Non abbiamo ancora il caffè ma abbiamo Internet», promettono di ottenere ampi
consensi. Per l’Europa in pole position c’è The
Old Forge, cyber locale sulle montagne della Scozia raggiungibile solo
in barca.
Con una semplice ricerca, poi, si trovano altre originali iniziative:
dal locale di Rachael
Atkinson a Broome, nell’Australia occidentale (200 chilometri dal più vicino
centro abitato) ai cinque
terminali allestiti nel convento Mater Misericordiae di Amsterdam che aiutano
a trovare «notizie religiose, i fatti del mondo e anche qualche pettegolezzo
sulla casa reale olandese». Parola di suor Clementine van der Poll, settant’anni.
I numeri della cybercafè mania
Le cifre fornite da Cybercafe.com
parlano di 4208 Internet cafè sparsi in 140 paesi.
Ad aprire la classifica è l’Europa, forte dei suoi 1575 locali censiti alla
fine del 2002. Inghilterra (307), Germania (189) e Francia (149) in testa, Slovenia,
Albania ed Estonia in coda, con un solo locale ciascuna. Al secondo posto l’Asia
con 1092 cybercafè (417 nella sola India) e, a seguire, il Nord America con
859 locali. Naturalmente capitanata dagli Stati Uniti con 478 locali, la lista
è chiusa dal The Computer Guy, l’unico cybercafè di Providenciales nelle
isole Turkecaicos. Al quarto posto, l’America del Sud con i suoi 311 cyber pub
(prima l’Argentina con 50, Santa Lucia, Honduras ed Equador con una sola realtà
a testa). Chiudono la classifica l’Australia e l’Africa, rispettivamente con
195 e176 Internet cafè.
Dalle campagne africane alle stazioni dell'India
Il pretesto dell'anniversario imminente ci ha spinto ad analizzare alcuni
aspetti del fenomeno dei web pub: i risvolti sociali e la relazione
con i governi e le autorità locali.
Emblemi della libertà di espressione e del desiderio di conoscenza, gli Internet
cafè godono della fama di “buoni” o di “cattivi”. Dipende da dove si trovano.
Secondo il documento firmato dalle Nazioni Unite, E-commerce and development
report, «il numero di contatti di utenti Internet africani è cresciuto del
18% negli ultimi 18 mesi grazie ai cybercafè». A Toubacouta, in Senegal, complice
il contributo dell'olandese Faro Foundation, è stato inaugurato Lynda,
il primo cybercafè rurale dell'Africa occidentale.
In Malesia, per sconfiggere il digital divide tra le campagne e le zone urbane,
il governo
di Kuala Lumpur ha stanziato fondi per la costruzione di 100 Internet point
nei villaggi più arretrati del Paese. In Cile, la Biblioteca Central de Ciegos
ha promosso No See Café, il primo Internet point per non vedenti dell'America
Latina. In India, un gruppo di ingegneri ha pensato di utilizzare l'immenso
network ferroviario come
condotto per cavi di comunicazione, equipaggiando le stazioni (una ogni otto
chilometri) di chioschi e cybercafè con postazioni Internet a uso della popolazione
locale che non possiede computer. «Un sistema innovativo - commenta Ashok Jhunjhunwala,
uno dei leader del progetto - per portare il World Wide Web
velocemente e a basso costo alla popolazione contadina».
La Santa Inquisizione elettronica
Alle voci di consenso fanno eco quelle contrarie. «La Rete è satanica
e distrae dal Corano». Perentoria e inequivocabile la motivazione del provvedimento
con cui la polizia iraniana ha ordinato la chiusura di centinaia cybercafè.
Sullo sfondo una giustificazione economica (i giovani usavano gli Internet point
per fare telefonate a basso costo riducendo le entrate della compagnia dei telefoni
statale) ma in primo piano la volontà di impedire l’accesso libero alle informazioni
e, soprattutto, ai contatti con l’opposizione all’estero.
Cambia la scenografia, ma la storia resta sempre la stessa. In Cina i funzionari
del governo hanno chiuso nel solo mese di aprile 2001 (secondo quando riportato
dal Shanghai
Daily) 2000 cybercafè e ad altri 6000 sarebbe stato ordinato di sospendere
l'attività in attesa che «apportino profondi cambiamenti alla loro organizzazione».
La motivazione ufficiale è l’evasione delle tasse e i servizi inadeguati. La
traduzione è che in questi centri, eludendo i controlli governativi, si poteva
accedere liberamente ai siti vietati. Tentativi di censura anche in Afghanistan
e difficoltà di sopravvivenza in Senegal. Qui i nemici degli Internet cafè sono
rispettivamente l'handicap del passato e il monopolio statale. La battaglia
si preannuncia dura e lunga. Vedremo come andrà a finire.
di Costanza Ruggeri - Cultur-e.it
Cultur-e.it
vuole essere "un osservatorio dei fenomeni in Rete, al di là dei
confini culturali e delle restrizioni alla navigazione che alcuni governi
impongono.". La rivista, frutto di questa
percezione della Rete, si pone un obiettivo ambizioso, quello di contribuire al superamento degli ostacoli che ancora impediscono la navigazione oltre i confini virtuali
di civiltà. La rubrica quindicinale Sconfini consiste in un dossier
con interviste, articoli e schede sulla situazione della Rete in differenti
paesi extra occidentali. Ogni due giorni, invece, si aggiorna la sezione
Coordinate, che recensisce singoli siti. In Mappamondo è possibile
consultare una directory ragionata su portali e riviste di cultura, arti
e politica. |