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Internet Cafè. Tra libertà e censura

Simboli della globalizzazione, in 10 anni i cybercafè hanno invaso il pianeta. Osannati, tollerati o vietati, i web pub sono oltre 4000 in tutto il mondo.
di Costanza Ruggeri - Cultur-e.it | 12 gennaio 2004

Dalle isole dell’Oceano Pacifico al centro di Manhattan passando per la Medina di Dakar e per la baia di Loch Nevis in Scozia. 
La grande avventura degli Internet cafè ha inizio nel 1994 al numero 39 di Whilfield Street, nel cuore della capitale britannica. Eva Pascoe e Gene Teare, giovani amiche (polacca la prima e canadese la seconda), traggono ispirazione dalla tradizione dei caffè artistici viennesi, parigini e berlinesi degli anni Venti e sperimentano un locale dove è possibile consumare un panino, bere una tazza di tè e «fare una chiacchierata con il mondo». Con un investimento iniziale di 50mila sterline costruiscono Cyberia, un bar con 10 computer e 4 macchine per il caffè. Il locale supera subito ogni più rosea prospettiva di successo.
«Il nostro intento originario - dichiara Karen Durham-Diggins, portavoce del cybercafè - era quello di mettere a disposizione un forum per chi raramente ha la possibilità di entrare in contatto con Internet: le donne. Ma poco alla volta il concetto originario ha dovuto essere abbandonato. Il locale è stato letteralmente preso d'assalto dagli impiegati degli uffici vicini e dalle famiglie del quartiere». Oggi Cyberia è un impero che vale 7,5 milioni di dollari e ha filiali a Edimburgo, Manchester, Kingston, Dublino, Tokyo, Bankok e persino all’interno del Centre Pompidou di Parigi. La sua filosofia di business, nata tra la Goodge Street Tube Station e Tottenham Court Road, ha invaso i cinque continenti: navigare la Rete sorseggiando la propria bevanda preferita. 

Votare on line il proprio locale preferito
Per festeggiare il decimo "compleanno" degli Internet cafè, Yahoo England ha indetto un concorso on line. Chiunque, collegandosi al motore di ricerca, potrà (fino al prossimo 1° novembre) inviare la propria segnalazione a internetcafeawards@yahoo.co.uk e votare il web pub preferito. Quattro le categorie selezionate: il più remoto, il più elegante, il più "buono" e il più economico. Ancora sconosciuti i possibili vincitori anche se già si fanno alcuni nomi. Primo fra tutti il cyber rifugio che ha aperto i battenti all’inizio dell’anno sulla cima dell’Everest. A seguire i due locali di Tuvalu, isola dell’Oceano Pacifico che, al motto di «Non abbiamo ancora il caffè ma abbiamo Internet», promettono di ottenere ampi consensi. Per l’Europa in pole position c’è The Old Forge, cyber locale sulle montagne della Scozia raggiungibile solo in barca.
Con una semplice ricerca, poi, si trovano altre originali iniziative: dal locale di Rachael Atkinson a Broome, nell’Australia occidentale (200 chilometri dal più vicino centro abitato) ai cinque terminali allestiti nel convento Mater Misericordiae di Amsterdam che aiutano a trovare «notizie religiose, i fatti del mondo e anche qualche pettegolezzo sulla casa reale olandese». Parola di suor Clementine van der Poll, settant’anni. 

I numeri della cybercafè mania
Le cifre fornite da Cybercafe.com parlano di 4208 Internet cafè sparsi in 140 paesi.
Ad aprire la classifica è l’Europa, forte dei suoi 1575 locali censiti alla fine del 2002. Inghilterra (307), Germania (189) e Francia (149) in testa, Slovenia, Albania ed Estonia in coda, con un solo locale ciascuna. Al secondo posto l’Asia con 1092 cybercafè (417 nella sola India) e, a seguire, il Nord America con 859 locali. Naturalmente capitanata dagli Stati Uniti con 478 locali, la lista è chiusa dal The Computer Guy, l’unico cybercafè di Providenciales nelle isole Turkecaicos. Al quarto posto, l’America del Sud con i suoi 311 cyber pub (prima l’Argentina con 50, Santa Lucia, Honduras ed Equador con una sola realtà a testa). Chiudono la classifica l’Australia e l’Africa, rispettivamente con 195 e176 Internet cafè. 

Dalle campagne africane alle stazioni dell'India
Il pretesto dell'anniversario imminente ci ha spinto ad analizzare alcuni aspetti del fenomeno dei web pub: i risvolti sociali e la relazione con i governi e le autorità locali.
Emblemi della libertà di espressione e del desiderio di conoscenza, gli Internet cafè godono della fama di “buoni” o di “cattivi”. Dipende da dove si trovano.
Secondo il documento firmato dalle Nazioni Unite, E-commerce and development report, «il numero di contatti di utenti Internet africani è cresciuto del 18% negli ultimi 18 mesi grazie ai cybercafè». A Toubacouta, in Senegal, complice il contributo dell'olandese Faro Foundation, è stato inaugurato Lynda, il primo cybercafè rurale dell'Africa occidentale.
In Malesia, per sconfiggere il digital divide tra le campagne e le zone urbane, il governo di Kuala Lumpur ha stanziato fondi per la costruzione di 100 Internet point nei villaggi più arretrati del Paese. In Cile, la Biblioteca Central de Ciegos ha promosso No See Café, il primo Internet point per non vedenti dell'America Latina. In India, un gruppo di ingegneri ha pensato di utilizzare l'immenso network ferroviario come condotto per cavi di comunicazione, equipaggiando le stazioni (una ogni otto chilometri) di chioschi e cybercafè con postazioni Internet a uso della popolazione locale che non possiede computer. «Un sistema innovativo - commenta Ashok Jhunjhunwala, uno dei leader del progetto - per portare il World Wide Web velocemente e a basso costo alla popolazione contadina».

 La Santa Inquisizione elettronica
Alle voci di consenso fanno eco quelle contrarie. «La Rete è satanica e distrae dal Corano». Perentoria e inequivocabile la motivazione del provvedimento con cui la polizia iraniana ha ordinato la chiusura di centinaia cybercafè. Sullo sfondo una giustificazione economica (i giovani usavano gli Internet point per fare telefonate a basso costo riducendo le entrate della compagnia dei telefoni statale) ma in primo piano la volontà di impedire l’accesso libero alle informazioni e, soprattutto, ai contatti con l’opposizione all’estero.
Cambia la scenografia, ma la storia resta sempre la stessa. In Cina i funzionari del governo hanno chiuso nel solo mese di aprile 2001 (secondo quando riportato dal Shanghai Daily) 2000 cybercafè e ad altri 6000 sarebbe stato ordinato di sospendere l'attività in attesa che «apportino profondi cambiamenti alla loro organizzazione». La motivazione ufficiale è l’evasione delle tasse e i servizi inadeguati. La traduzione è che in questi centri, eludendo i controlli governativi, si poteva accedere liberamente ai siti vietati. Tentativi di censura anche in Afghanistan e difficoltà di sopravvivenza in Senegal. Qui i nemici degli Internet cafè sono rispettivamente l'handicap del passato e il monopolio statale. La battaglia si preannuncia dura e lunga. Vedremo come andrà a finire.

di Costanza Ruggeri - Cultur-e.it

Cultur-e.it vuole essere "un osservatorio dei fenomeni in Rete, al di là dei confini culturali e delle restrizioni alla navigazione che alcuni governi impongono.". La rivista, frutto di questa percezione della Rete, si pone un obiettivo ambizioso, quello di contribuire al superamento degli ostacoli che ancora impediscono la navigazione oltre i confini virtuali di civiltà. La rubrica quindicinale Sconfini consiste in un dossier con interviste, articoli e schede sulla situazione della Rete in differenti paesi extra occidentali. Ogni due giorni, invece, si aggiorna la sezione Coordinate, che recensisce singoli siti. In Mappamondo è possibile consultare una directory ragionata su portali e riviste di cultura, arti e politica.

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