Tra il 1999 e il 2003, la diffusione di Internet in Palestina è salita dal 2 all’8%, e i navigatori sono passati da 50.000 a 200.000. Un aumento del 2% all’anno che AlJazeera.net – la fonte di questi dati – definisce come “qualcosa da festeggiare”, tenuto conto che il paese è in condizioni socio-economiche terribili, soffre di una drammatica instabilità politica, e che quasi l’80% dei palestinesi nei territori occupati vive sotto la soglia di povertà, con meno di 2 dollari al giorno.
Gli Internet cafè si diffondono nei territori, compresi i campi profughi, e si moltiplicano i weblog, i warblog, i siti d’informazione indipendenti.
Un vero boom, dunque, che il più famoso network di informazione del mondo arabo spiega con la capacità del Web di trascendere i confini, la distanza e la censura, facendone il mezzo per comunicare preferito dai palestinesi che vivono nei territori occupati, da quelli della diaspora e da migliaia di attivisti di tutti i paesi che seguono la causa palestinese.
Verso l’indipendenza
Internet e la Palestina. Il mezzo di comunicazione
che sta cambiando il mondo e una terra investita da un conflitto che dura da
più di mezzo secolo, uno di quegli angoli del globo in cui da decenni niente
sembra poter cambiare. Un rapporto particolare, che segue inevitabilmente le
fasi del confitto, oltre che le logiche dello sviluppo tecnologico, fin da quando,
nel 1989, durante la prima Intifada, Israele vietò di usare le linee telefoniche
per inviare fax, e-mail e altre forme di comunicazione elettronica. Tra il ’94
e il ’96, in coincidenza con gli accordi di Oslo, il divieto fu revocato e l’accesso
dei palestinesi dei territori occupati (Cisgiordania e Gaza) entrò a far parte
della posta in gioco del negoziato.
Oggi le aree governate dalle autorità di Ramallah hanno propri ISP (Internet Service Provider) e una compagnia, la PalTel (Palestine Telecommunications Co.) che dal 1996, su licenza esclusiva dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), lavora per sviluppare le infrastrutture di base necessarie alla costruzione e al funzionamento delle reti telematiche.
Accessi e suffissi
La nascita di PalTel non ha cambiato del tutto
lo scenario: la contiguità territoriale con Israele e, al contrario, la mancanza
di contiguità tra i diversi territori governati dall’Anp - in via esclusiva
o congiunta con le autorità di Tel Aviv – mantengono in parte il potere israeliano
di “staccare la spina”. Ma qualcosa è cambiato. Sono nate dorsali indipendenti
e la compagnia si è fatta promotrice di molti progetti di sviluppo e diffusione
di Internet sul territorio, come il programma AcrossBorders, sviluppato
a partire dal 1999 insieme all’Università di Birzeit per dotare di accesso i
campi profughi sparsi sul territorio. Anche i siti dell’Anp, che nel 2000 furono
al centro, insieme a diversi siti israeliani, di una “cyberguerra” lanciata
da mai identificati hacker, erano allora ospitati dal principale ISP israeliano,
mentre oggi hanno trovato casa a Gaza e si muovono sulle autostrade di PalTel.
E, dal 2003, i siti palestinesi hanno un loro suffisso, .ps, il primo nella
storia della Rete ad indicare uno stato che ancora non esiste.
Electronic Intifada
La guerra virtuale lanciata dagli hacker nel
2000 non è il solo esempio di come il conflitto abbia coinvolto e coinvolga
la Rete, e non solo in via virtuale. Nel 2002, sono stati resi noti (The
Nation, 28 ottobre 2002) diversi attacchi lanciati via e-mail e diretti
soprattutto ad attivisti palestinesi o vicini alla loro causa. E, sempre nel
2002, durante la seconda Intifada, PalTel è stata vittima di un’azione militare
dell’esercito israeliano che ha distrutto parte delle attrezzature e interrotto
la fornitura di energia elettrica. L’attacco avrebbe lasciato la maggior parte
dei siti palestinesi off line per settimane, se molti di loro non fossero stati
soccorsi dai server americani di Electronic Intifada, il progetto integrato
di informazione e attivismo lanciato nel 2001 da uno dei protagonisti della
“resistenza virtuale” palestinese: Nygel Parry, ex leader del Web Team dell’Università
di Birzeit che nel 1994 ha messo in Rete uno dei primi siti palestinesi, usandolo
poi come mezzo per documentare in diretta le battaglie della gente di Ramallah
e di tutta la Palestina occupata.
Licenza di narrare
Tutti segnali di una consapevolezza diffusa da
entrambe le parti di quanto Internet sia diventato un’arma cruciale nel conflitto
arabo-israeliano, non solo perché permette di diffondere informazioni in diretta,
senza censure o quasi, 24 ore su 24, ai quattro angoli del globo. O perché consente
alle persone divise dalla distanza, dai confini o dai muri, di parlare. Ma anche
perché ha restituito, o sta restituendo, ai palestinesi il “permesso di narrare”,
secondo le parole dell’intellettuale palestinese Edward Said, scomparso l’anno
scorso, e rilanciate sul Web da Nigel Parry (EI, Permission
to narrate: Edward Said, Palesatine, and the Internet). Il permesso
di mantenere viva la memoria delle terre lasciate da decenni, dei parenti e
degli amici perduti, di raccontare la vita di tutti i giorni, dall’estero o
dai territori occupati. Per fare in modo che chi sta fuori, lontano e magari
assuefatto alle notizie di guerra, possa riscoprire la dimensione umana della
loro esistenza, al di là delle ragioni e dei numeri del conflitto.
di Paola Donatucci - Cultur-e.it
Cultur-e.it
vuole essere "un osservatorio dei fenomeni in Rete, al di là dei
confini culturali e delle restrizioni alla navigazione che alcuni governi
impongono.". La rivista, frutto di questa
percezione della Rete, si pone un obiettivo ambizioso, quello di contribuire al superamento degli ostacoli che ancora impediscono la navigazione oltre i confini virtuali
di civiltà. La rubrica quindicinale Sconfini consiste in un dossier
con interviste, articoli e schede sulla situazione della Rete in differenti
paesi extra occidentali. Ogni due giorni, invece, si aggiorna la sezione
Coordinate, che recensisce singoli siti. In Mappamondo è possibile
consultare una directory ragionata su portali e riviste di cultura, arti
e politica. |