«Fornire un'alternativa critica alle classiche rappresentazioni
del conflitto palestinese-israeliano».
Questo l’obiettivo di Laurie King-Irani, Nigel Parry, Ali Abunimah e Arjan El
Fassed, che nel febbraio del 2001 hanno fondato The
Electronic Intifada perché, come afferma Nigel Parry, «la ragione principale
per cui il conflitto israeliano-palestinese prosegue sta nel fatto che gli
israeliani hanno imparato molto bene l'importanza di vincere la guerra delle
parole». Da quando però - prosegue Parry - «Internet si è trasformato
in un fenomeno mondiale, diventando una nuova "arena chiave" in cui continuare
questa guerra delle parole», è possibile anche per i palestinesi lottare diffondendo
le informazioni censurate dai media tradizionali, affrontando gli aspetti politici
che alcuni mezzi di comunicazione preferiscono non toccare, divulgando notizie
e analisi a basso costo e capaci di raggiungere milioni di persone.
Ecco perché se per le strade l’Intifada colpisce il nemico con i sassi, gli attivisti di EI dichiarano di pubblicare articoli come se fossero “pietre selezionate”, lanciate nell'immenso mare della Rete. Oggi The Electronic Intifada è una delle fonti principali sul conflitto per diversi media, compresi i maggiori network statunitensi (BBC, CBC e CNN). Informare è un’arma potente e i giornalisti di EI credono che nel Web si possa fare pressione sull'opinione pubblica e sui governi «affinché convincano Israele a conformarsi alle norme di diritto internazionale».
Combattere in Rete
Il termine “Intifada” in arabo significa “scrollarsi di dosso”. È questo che vogliono fare i palestinesi, “scrollarsi di dosso” l’occupazione israeliana. La “prima Intifada”, quella della rivolta delle pietre, nacque dalla reazione popolare nel periodo 1987-1993. Poi dai sassi si è passati agli attentati terroristici, alle azioni devastanti degli uomini bomba della “seconda Intifada”, iniziata nell’ottobre del 2000 e conosciuta come al-Aqsa Intifada, dal nome del tempio islamico che domina la Spianata delle Moschee.
La ripresa della rivolta civile è testimoniata da diversi siti come al-Aqsa Intifada che, oltre ad informare, cerca di mobilitare gli attivisti di tutto il mondo proponendo “action alerts”: dimostrazioni e iniziative per fermare gli attacchi tramite petizioni e campagne e-mail.
I cyberattivisti, dunque, si organizzano in Rete, raccolgono adesioni e finanziamenti, informano e invitano a non dimenticare. Un omaggio a Rachel Currie campeggia nella home page di Intifadaonline. Il sito ricorda la statunitense impegnata in azioni di interposizione con l'International Solidarity Movement, uccisa da una ruspa dell'esercito israeliano, mentre cercava di bloccare la demolizione di una casa. Ci sono anche le drammatiche immagini di giovani e bambini morti negli scontri. Crude testimonianze di un sanguinoso conflitto. E diverse campagne, come quella per impedire la demolizione delle abitazioni palestinesi, cui partecipare magari solo con un "bombardamento" ripetuto di e-mail ai rappresentanti dei governi.
Contro tutti i muri
Internet ha il potere di superare i check point, le barriere, i confini, i recinti militari, e i muri, compreso quello che da novembre 2003 sta sorgendo nei territori occupati ad opera del governo israeliano di Ariel Sharon, per “prevenire infiltrazioni di attentatori suicidi”, e che di fatto isolerà circa 210.000 palestinesi, in 67 cittadine o villaggi, recintandoli in una prigione a cielo aperto. Ma la Rete non resta a guardare.
Contro il “muro della vergogna” in Internet è nata la campagna
Stop the wall, coordinata da The
Palestinian Environmental Nongovernmental Organizations Network e appoggiata
da molte associazioni per i diritti umani di tutto il mondo. Un’azione di lotta
“civile” non nuova all’attivismo palestinese, come dimostra Palestine
Solidary Campaign, nata nel 1982 con sede a Londra, che raccoglie le
numerose campagne lanciate in questi anni a favore della liberazione dei prigionieri
politici (on line vengono presentati i vari casi e i loro sviluppi) e le azioni
di boicottaggio dei prodotti israeliani.
E-mail e newsletter
Anche Hanthala Palestine (dal nome di un personaggio creato dal caricaturista Naji Al-Ali) è una piattaforma che lavora per il rispetto dei diritti umani nei territori occupati. Costituita nel 1998 da un gruppo di palestinesi, grazie all’iniziale invio di e-mail, è riuscita a creare un canale di comunicazione immediato tra gli esiliati della diaspora e chi vive in Palestina. Hanthala ha dato vita a diverse campagne on line (come Right of return), con mobilitazioni organizzate in Rete e con la sensibilizzazione dell’opinione pubblica attraverso l'invio di newsletter.
Al diritto al rientro dei rifugiati è dedicato anche Al-Awda, il portale della Palestine Right to Return Coalition, che si batte per permettere ai rifugiati di tornare nei territori senza incappare nella giustizia israeliana. La Rete però offre pure un'opportunità per creare dei ponti tra le due comunità, per trovare una soluzione a tanti anni di guerra e di dolore. The Alternative Information Center è un’organizzazione, ad esempio, che incentiva la cooperazione israeliano-palestinese promovendo lo scambio di informazioni su Internet. Un ponte virtuale che si spera diventi sempre più reale.
di Cristina Biordi - Cultur-e.it
Cultur-e.it
vuole essere "un osservatorio dei fenomeni in Rete, al di là dei
confini culturali e delle restrizioni alla navigazione che alcuni governi
impongono.". La rivista, frutto di questa
percezione della Rete, si pone un obiettivo ambizioso, quello di contribuire al superamento degli ostacoli che ancora impediscono la navigazione oltre i confini virtuali
di civiltà. La rubrica quindicinale Sconfini consiste in un dossier
con interviste, articoli e schede sulla situazione della Rete in differenti
paesi extra occidentali. Ogni due giorni, invece, si aggiorna la sezione
Coordinate, che recensisce singoli siti. In Mappamondo è possibile
consultare una directory ragionata su portali e riviste di cultura, arti
e politica. |