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Decreto Urbani. E' ancora polemica è ancora confusione

Un nuovo scontro sulla questione della pirateria e sulle misure necessarie a fermarla. Un provvedimente che non piace a molti: a chi ne critica l'eccessiva durezza e a chi invece vorrebbe fosse esteso maggiormente.
di a cura di Emanuela Pasino | 15 marzo 2004

Una nuova accesa polemica sorge intorno alla normativa online. Mentre ancora si discute di privacy, notificazioni al Garante, rapporti comunitari e extracomunitari in nome di misure di sicurezza sempre più rigide, ma proprio per questo maggiormente soggette allo sconfinare nella limitazione della libertà degli utenti e dei cittadini, ecco che un nuovo Decreto riapre il dibattito su questi temi.

Si tratta del Decreto Urbani che focalizza l'attenzione sulla questione della pirateria cinematografica cercando soluzioni, tra l'altro anche in contrasto alla recente normativa europea, che impediscano l'uso di Internet per scaricare o scmbiare film e file video.

Le opinioni si dividono. C'è chi, come Federico Motta presidente degli editori (AIE), si sente abbandonato da un Decreto che prende in esame solo una parte delle opere d'ingegno, e commenta: "Urbani, solo ministro del cinema?. Nel testo del decreto legge, si salvaguarda solo il cinema dallo scambio di file in Internet, senza prevedere la stessa tutela per le opere letterarie, quelle musicali, per il software e in generale di tutte le altre opere dell’ingegno. Il decreto prevede, infatti, nuove ipotesi di reato e di illecito amministrativo, applicabili unicamente alle opere cinematografiche. E tutto il resto? Noi a quale ministro dobbiamo chiedere aiuto per la tutela del nostro diritto d’autore?".

Dello stesso avviso sono le major discografiche che attraverso la FIMI - Federazione industria musicale italiana, mostrano scontento per un Decreto tanto parziale che rischia di riservare trattamenti molto diversi per i pirati italiani. Ma Urbani assicura che presto anche le altre forme artistiche godranno di interventi simili.

Non è invece d'accordo con il provvedimento l'Opposizione che vede l'on. Folena criticare duramente il decreto, definendolo opposto alla direttiva europea (che distingue  coloro che scaricano e usufruiscono di contenuti digitali per diffonderli illegalmente, dai semplici utenti che sfruttano il peer-to-peer online) e quindi sbagliato. Secondo Folena quello che si rischia è di intraprendere la via di uno "Stato di polizia su Internet... nel più totale disprezzo della privacy".

Ed è infine ancora una volta ALCEI a fornire un'analisi dei molteplici difetti e problemi di questo decreto-legge. E che ancora una volta (come avvenuto per il Decreto Grande Fratello) espone con chiarezza la propria posizione.
Il  Decreto Urbani approvato dal governo il 12 marzo 2004 si aggiunge a una lunga serie di leggi e norme che, con i più svariati pretesti, infieriscono contro l’internet e contro la libertà e i diritti delle persone.
All’origine questo decreto riprendeva alcuni temi ed errori di quello n.354/03 sulla data-retention  emesso il 24 dicembre 2003 e divenuto legge il 26 febbraio 2004 dopo un infruttuoso dibattito parlamentare che ha solo marginalmente attenuato alcuni dai suoi molti difetti. Nel corso di elaborazione del nuovo decreto sono stati eliminati i riferimenti alla "conservazione obbligatoria dei dati" (la cosiddetta data retention).  Ma si è andati, assurdamente, a "innovare" sulla già distorta e impropria normativa sul cosiddetto "
diritto d’autore".  Introducendo nuovi vincoli, nuove repressioni, nuove violazioni di diritto e di fatto.In sostanza – si tratta di un’ennesima legge-papocchio inutile, inefficace e pericolosa.  In cui si mescolano, in un intruglio indigesto e velenoso, temi diversi e non connessi fra loro, come il terrorismo e la duplicazione di musica, video o software.

È inutile perché non fornisce alcuno strumento utile per la prevenzione del crimine (e in particolare di delitti gravi come il terrorismo o altre forme di violenza).

È inefficace perché è farraginosa e mal concepita, quindi atta a produrre dispersione di attività, procedimenti a carico di innocenti, sovraccarico di indagini senza capo né coda, a scapito di attività seriamente utili per combattere le attività criminali.

È pericolosa perché introduce, in materie ove è totalmente insensato, il concetto di “processo alle intenzioni” cioè di punibilità non di un fatto, ma della supposta inclinazione a farlo.  (Se questa violazione di un principio fondamentale del diritto può essere ammissibile in situazioni estreme come il terrorismo, è inaccettabile che possa essere estesa a situazioni in cui non c’è alcun rischio per la vita e la sicurezza delle persone e delle istituzioni).

Come altre (troppe) leggi e norme rivela, con le sue affermazioni ridondanti e inutili, una specifica volontà di repressione dell’internet e della libertà di comunicazione e di informazione offerta dalla rete.

La perversa assurdità dell’impostazione è rivelata da alcune specifiche disposizioni.

Con l’entrata in vigore del “decreto Urbani”, la DIGOS, oltre a occuparsi di criminalità organizzata, terrorismo e sicurezza dello Stato avrà il compito di tutelare in via preventiva gli interessi di un ristretto gruppo di (potenti) imprenditori dello spettacolo, dell’editoria e dell’informatica (che già con le leggi esistenti sono assurdamente favoriti dal fatto che la duplicazione di musica, immagini o software è considerata una responsabilità penale).

Questo decreto stabilisce di fatto la “responsabilità oggettiva” dei provider, che hanno l’obbligo di monitoraggio e denuncia dei propri utenti – e sono multati pesantissimamente se non denunciano.

Per la prima volta si stabilisce che un certo uso della crittografia è, di per sé, illecito. (Sembra di ritornare a quelle disposizioni americane sul controllo della crittografia come strumento militare che tanto scandalo avevano suscitato dieci anni fa).

Si instaura, insomma, qualcosa che somiglia molto a uno “stato di polizia”, con la persecuzione delle intenzioni, l’obbligo di delazione, la violazione della vita privata e della comunicazione.  E tutto questo non per combattere i terroristi (che possono essere solo favoriti dalla confusione e dalla dispersione di energie create da leggi come questa) ma per soddisfare il protagonismo di questo o quell’altro uomo politico (“voglio anch’io una mia legge contro l’internet”) e le potenti lobby delle case discografiche o di software, cui poco importa se leggi come questa siano applicabili o funzionali, ma piace “terrorizzare” chi non asseconda i loro avidi interessi.

N.B.: Il testo pubblicato sul sito del Ministero, diversamente da quanto abbiamo accertato, non contiene il riferimento alla crittografia. Sospendiamo, sul punto, qualsiasi valutazione in attesa della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale


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