Come ampiamente sottolineato e trattato da numerisi e differenti media, il Decreto Urbani non smette di far discutere. Una proposta normativa a cui si può - forse - ascrivere un solo merito: quello di aver reso palese, in tutta la sua evidenza, la mancanza di una disciplina ragionata su un sistema come quello del p2p che non è corretto criminalizzare, ma che crea di certo alcuni problemi di ordine pratico e non solo.
La Commissione
Cultura, dopo aver promesso una minore rigidità nel giudicare "dei
delitti e delle pene", ha ascoltato svariati pareri, alcuni molto auterovoli,
di Associazioni, organismi e opinionisti che nella rete vivono per professione
o gratificazione della propria curiosità e voglia di innovazione.
Una rete democratica che ha espresso la porpria eterogeneità con proposte
più o meno realistiche e condivise, ma utili comunque a cercare un dibattito
critico e costruttivo.
Dopo interventi come quello di IWA/HWG - ve ne sono stati anche altri - dalla pura approvazione o dal netto rifiuto dell'intervento normativo, si è giunti così a discutere anche di altre importanti problematiche legate al principio della proprietà intellettuale, che non vale di certo solo pe rla musica o software, ma anche per i contenuti dei siti web. Oltre a IWA/HWG, in molti hanno affrontato la necessità di una maggiore protezione di tutte le opere di ingegno, non solo di quelle legate a major o a grandi nomi dell'informatica.
Marco
Montemagno, impegnato da tempo su Intenet (ha fondato progetti molto
interessanti come Consumavoce.com),
è stato ascoltato
pochi giorni fa in Commissione Cultura sull'argomento.
Dopo un'interessante analisi sulla nasciata e lo sviluppo del p2p e del social
networking (che pubblichiamo nella versione riassunta), ha premesso come, ad
oggi, nessuno abbia ancora trovato una soluzione soddisfacente per conciliare
la tutela del diritto d'autore (= compensare chi produce), con il diritto alla
privacy e libertà di scelta degli utenti.
"Certo è che il file sharing è uno strumento tecnico straordinario che viene e verrà usato in futuro anche per moltissime applicazioni sia B2B sia B2C. Sulle reti p2p, è bene ricordare che non circolano solo musica e video ma anche libri, documentazione tecnica e materiale introvabile nei negozi. Bloccarlo, oltre a non essere possibile, sarebbe contrario all'evoluzione naturale della tecnologia. Scambiare file, inoltre, è ormai un’attività diffusissima (e considerata normale dagli utenti), che le Major più attente ai consumatori riusciranno, prima o poi, a trasformare in un nuovo canale di business (avere a disposizione uno strumento di distribuzione così capillare e funzionante non rappresenta di per sè uno strumento eccezionale?); dovranno però, con tutta probabilità, modificare il proprio approccio così come è successo nell'industria automobilistica americana ai tempi di Ford o quando è nata la radio"
Consapevole di
tale ambivalenza del fenomeno, ecco le proposte avanzate.
"In questo contesto estremamente articolato emergono però 2 proposte
che, per quanto non immuni da critiche, appaiono particolarmente accurate, documentate
e basate sull'esperienza americana di questi anni. Entrambe individuano come
primaria la legalizzazione dei sistemi di file sharing a fronte, in un
caso, di un canone volontario mensile, nell'altro caso di una tassa
a monte su prodotti e servizi concernenti il file sharing. In particolare,
la EFF (Electronic Frountier Foundation), storica associazione per le libertà
civili, propone un pagamento di un canone mensile che autorizzi gli utenti a
scaricare file. Si parla di un canone di pochi dollari, circa 5 $ a utente,
pagati su base volontaria (Voluntary Collective Licensing of Music File Sharing)
e solo fino a quando si desidera usufruire del servizio. La seconda proposta,
presentata dal Prof. Fisher della Stanford University (probabilmente lo studio
più esaustivo svolto ad oggi in materia di file sharing), suggerisce l'imposizione
di una tassa a monte sull'accesso a banda larga (ISP access) e/o sui supporti
che ruotano attorno al file sharing (masterizzatori di CD, CD vergini, lettori
MP3, ecc.). Anche in questo caso, l'importo risultante dai calcoli matematici
dello studioso è di pochi dollari al mese (6$) e anche in questo caso sarebbe
raccolto da una realtà ad hoc e redistribuito agli aventi diritto. Da notare
che calcolando la sola tassazione sull'ISP access, il Prof. Fisher calcola un
raccolta pari a 2.5 miliardi di dollari all'anno, solo negli Stati Uniti. Conclusione
Nessuno ha oggi una soluzione efficace e definitiva ai problemi sollevati dall'uso
del file sharing. Due proposte, della EFF e del Prof. Fisher - per quanto non
risolutive e da perfezionare - sono però sulla stessa lunghezza d'onda e hanno
il merito di segnare in qualche modo la via da percorrere prospettando per la
prima volta soluzioni concrete e soddisfacenti per tutte le parti coinvolte."
Pochi dollari per
poter fare legalmente ciò che nemmno il ministro sembra comunque condannare
da un punto di vista se non altro morale.
E' proprio contro alcune dichiarazioni particolarmente inclini alla giustificazione
dello scambio di file (forse la volontà di ricucire lo strappo ha portato
Urbani ad eccedere in magnanimità?) hanno particolarmente colpito Federico
Motta - presidente dell'AIE - già intervenuto nel dibattito
e sostenitore di un allargamento dell'intervento normativo originario, anche
agli altri ambiti e non solo al cinema.
"Siamo fortemente preoccupati per quanto previsto nell’articolo 1 del 'decreto salvacinema' e per le ipotesi di modifica emerse in Commissione Cultura della Camera. Stupisce e sconcerta ancora di più però che un ministro della Cultura dichiari che ci sarà 'massima comprensione' per chi scambia via internet file piratati 'a scopo individuale', in particolare per i giovani. E che il ministro Gasparri vada in questa stessa direzione, con le sue dichiarazioni di poco fa". Questo afferma Motta nel suo ultimo intervento sull'argomento contestando in particolare che "le proposte di emendamento avanzate in merito alla necessità di 'liberalizzare' lo scambio di file via internet tra privati (attraverso l’eliminazione delle sanzioni, già previste nel testo originale del decreto e dall’attuale legge sul diritto d’autore) aprano la strada e persino incentivino un aumento incontrollato e selvaggio del livello, già altissimo, della pirateria su internet".
"Non solo - continua il presidente dell'AIE, "Se le cose proseguiranno in questa direzione, e sembra che sia così sulla base delle dichiarazioni rilasciate ieri dal ministro Urbani e questa mattina dal ministro Gasparri, il decreto antipirateria rischia di diventare il 'decreto per la pirateria'. [...] Ne prendiamo atto e ci riserviamo di fare ricorso nelle sedi più opportune per tutelare i nostri diritti, anche in ambito internazionale se sarà necessario".
E prorpio ieri, a seguito della presentazione dei dati FAPAV sulla pirateria (Internet non appare al primo posto per danni causati), lo stesso Governo ha voluto sottolineare il proprio impegno, rocevendo comunque un ulteriore monito a "ripulire" la rete dall eintenzioni "criminali".
"Le modifiche che lo stesso ministro Urbani si accinge ad apportare al decreto legge sulla pirateria cinematografica, rischiano di far si' che la medicina somministrata al paziente faccia più danno della stessa malattia." Così la pensa Walter Vacchino, presedente dell'Anec (Associazione nazionale esercenti cinema). Se definisce Internet, "un mezzo interessante di sviluppo del settore se usato nella legalità", il presidente sottolinea comunque timori per il futuro e chede di agire per "evitare che si possano creare zone franche a disposizione di comportamenti illeciti individuali che una volta generalizzati producono aree di sviluppo della criminalità a scapito dell'industria e di chi nella tutela dell'opera dell'ingegno vede l'essenza prima dello sviluppo e dell'innovazione."
Si attendono ora i prossimi sviluppi.
Emanuela Pasino