
Myra Jodie ha 16 anni. All’inizio del Duemila, collegandosi a Internet dalla sua scuola, partecipa ad un concorso on line e vince un iMac. La sua felicità dura poco: Myra a casa non ha il telefono. Nessuno dei suoi vicini lo ha. Dove vive, nella riserva Navajo di Ganado in Arizona, solo il 22% delle case ha la linea telefonica e in molte zone arriva a malapena la corrente elettrica.
Ma la ragazzina non si perde d’animo e, quando realizza che col suo bel pc nuovo di zecca non potrà navigare, decide di interpellare la saggezza degli anziani. Chiede udienza al consiglio tribale e il suo caso diventa immediatamente il simbolo del gap tecnologico che separa gli oltre 600mila nativi che vivono nelle riserve dai 2 milioni che le hanno abbandonate per andare ad abitare nelle terre dei “bianchi”.
La questione arriva persino alle orecchie dell'allora
presidente Clinton che, qualche mese dopo, vola in Arizona dalla Casa Bianca con
in tasca un progetto da 17 milioni di dollari per portare le infrastrutture nelle
riserve e mettere in moto, anche nelle aree più desolate, quella rivoluzione digitale
che ha fatto degli Stati Uniti il paese più tecnologico del pianeta.
Oggi
Myra naviga abitualmente dalla sua camera.
Il punto
di svolta
Quello di Clinton è il primo stanziamento governativo importante
per il Web indiano. Ne seguiranno molti altri. Al punto che, nel giugno 2000,
il Congresso nazionale degli indiani
americani (Ncai), sovvenzionato dalla AOL-Time
Warner Foundation, crea una digital
divide task force per lavorare nelle riserve con le singole comunità
e coordinare i progetti a livello nazionale, garantendo a tutte le tribù da una
parte l’accesso alla tecnologia, dall’altra l’istruzione e la formazione necessarie
a gestirla. Dopo un anno di lavoro, la squadra d’esperti stila il Connecting
Indian Country: Tribally-Driven Telecommunications Policy. Il documento
pone il digital divide come una delle urgenze da affrontare per rafforzare l’identità
culturale degli indiani e risollevare l’economia delle riserve, che si confermano
i territori in cui vivono i più poveri degli States, quelli con i redditi più
bassi di tutto il paese, senza contare che più della metà di loro è disoccupata
e sopravvive solo grazie alle sovvenzioni statali. Lo stesso anno, due rapporti
ufficiali del Governo, uno del Dipartimento
del Commercio, l’altro della Federal
Communications Commission (FCC), confermano questa priorità. Per gli indiani
delle riserve è giunto finalmente il momento della svolta. Economica, sociale
e digitale.
Tribù connesse
La Southern
California Tribal Chairmen’s Association, che rappresenta 19 tribù, lancia
il suo progetto di "digital
village" nel 2001, grazie ad un sovvenzionamento di 5 milioni di
dollari per tre anni della Hewlett-Packard.
Dal 2002, tutti gli istituti superiori indiani di San Diego hanno un laboratorio
di computer con relativi accessi alla Rete. Per Valerie "Cavallo Veloce", che
dirige i servizi informatici della tribù Coeur
d’Alene dell’Idaho, nel giro di qualche anno le comunità del nord ovest del
Pacifico garantiranno gli stessi servizi Internet delle confinanti città dei “bianchi”,
a uguale prezzo. Nella riserva di Pine
Ridge, infine, negli ultimi 20 mesi le linee telefoniche sono raddoppiate
grazie a una compagnia di telecomunicazioni che sta mappando l’intera area.
Byte
conquistati eroicamente, che testimoniano come la rivoluzione tecnologica in atto
potrebbe davvero cambiare lo scenario sconfortante che attualmente caratterizza
la maggior parte delle oltre 200 riserve di Stati Uniti e Canada in cui vivono
più di 550 tribù. Molte delle quali abitano in baracche dissestate, senza i servizi
primari sanitari e collegamenti viari, con i giovani falciati dalle
piaghe della droga e dell'alcolismo.
L'anima
è pronta a rientrare
Navigando il Web pellerossa, ci si trova così
di fronte ad un universo multiforme e, per certi versi, contraddittorio. Se da
una parte, infatti, la mancanza d’infrastrutture consente di connettersi solo
al 10% dei nativi delle riserve (circa ¼ del totale), dall’altra la Rete indiana
è tutt’altro che spoglia e disorganizzata. Anzi, appare solida, molteplice ed
agguerrita. Tanto da offrirsi - e in maniera altrettanto invitante - in una
duplice veste, solare e notturna. Due facce contrapposte: quella brillante e coraggiosa
dei siti che promuovono la cultura e le antiche tradizioni, l’e-commerce e le
battaglie sociali, e quella più oscura e fosca del gioco d’azzardo, delle scommesse
e del porno. Oggi gli indiani progettano, costruiscono e organizzano siti padroneggiando
perfettamente lo strumento Internet. Sia nella forma che nei contenuti.
Ma dove si trova l’anima del Web pellerossa? Probabilmente fuori dai territori in cui gli americani li confinarono più di cento anni fa. Anche se l’impressione è quella che abbia “circondato” le praterie e sia pronta, da un momento all’altro, a sferrare il suo attacco e a conquistarle definitivamente. Grazie anche ai guerrieri hi-tech di nuova generazione. Come Robert Gemmel appartenente alla tribù Suquamish che si è laureato alla California State University ed è tornato a casa per insegnare ai suoi ad usare il computer. Oggi Gemmel è a capo di un’azienda che sta cablando il territorio della riserva e, per farlo, ha ottenuto di recente un cospicuo finanziamento dal Dipartimento federale del Commercio.
di Gaia Vendettuoli - Cultur-e.it
Cultur-e.it
vuole essere "un osservatorio dei fenomeni in Rete, al di là dei
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percezione della Rete, si pone un obiettivo ambizioso, quello di contribuire al superamento degli ostacoli che ancora impediscono la navigazione oltre i confini virtuali
di civiltà. La rubrica quindicinale Sconfini consiste in un dossier
con interviste, articoli e schede sulla situazione della Rete in differenti
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Coordinate, che recensisce singoli siti. In Mappamondo è possibile
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