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Emanuele Dainesi nov 10, 2000 Economista, scrittore, stratega Assistente universitario in marketing, appassionato di nuove tecnologie e Internet, esperto di e-business, net banking e comunità virtuali, oggi impegnato in una delle maggiori aziende italiane di telefonia, autore di due libri e firma di Web marketing tools. Emanuele Dainesi è un "aspirante trentenne" che ama definirsi con molta semplicità un nomade della rete. Ma, quando lui non sente, chi lo conosce lo chiama un guru della Rete. Che formazione ha Emanuele Dainesi? Ho una formazione di economista puro, non aziendale. Ho studiato all'Università Cattolica di Milano e dopo il terzo anno ho scelto un indirizzo teorico studiando i grandi teorici dell'economia come Marx, Ricardo, Keynes, Smith e Stuart Mill, fino alle teorie moderne con statistica avanzata e sentieri di crescita dinamici. Una base teorica che tutt'oggi non ho finito di sviluppare. Dopo l'università ho avuto la fortuna di amare il mondo accademico anche dall'altra parte della barricata come assistente universitario. Poi ho seguito un master sui servizi finanziari e un altro in management ancora come assistente. E mi piacerebbe, un giorno, tornare in università. Insomma sono una persona operativa ma fino a un certo punto, il mio grande amore è per la strategia. Subito dopo l'università, la prima esperienza lavorativa è stata in Deloitte consulting, una "big five", una delle prime cinque società di consulenza, per la quale mi sono occupato dell'avvio della divisione e-business in Italia. Di cosa ti stai occupando ora? Sono responsabile dell'e-business development di Omnitel, sviluppandone insieme ad altri i contenuti e i progetti Internet, e aiuto la e-business director a curare sviluppi e nuove opportunità di business per l'azienda. Prima di questo sono stato Internet marketing manager per la divisione Omnitel 2000, curando la strategia del primo portale mobile in Italia che integra contenuti di tipo Internet con un'infrastruttura di tipo telefonico e raggiunge i clienti Omnitel in mobilità. Hai scritto libri, scrivi su Web marketing tools. Cos'è la scrittura per te? Scrittura, libri e giornalismo sono una mia grande passione. All'università ho curato la realizzazione di un libro non mio sul commercio elettronico, il primo libro in Italia su quel tema, poi ho aiutato a tradurre per l'Italia "Il libro del commercio elettronico", di Korper ed Ellis, editore Apogeo, con qualche contributo al testo. A inizio '97 ho partecipato alla fondazione di Web marketing tools, mensile di new economy, marketing e strategie oggi molto conosciuto, il cui vero fondatore è il direttore editoriale Alberto Bregani. Avevo iniziato come responsabile banche e finanza, sull'onda della mia tesi sul progetto Internet banking del San Paolo e dell'interesse riversato nel mio libro NetBanking. Poi con Alberto abbiamo inventato una rubrica di Tribal economy, che parla di viral marketing, comunità virtuali, hi tech, hand held pc, wireless marketing… insomma Internet in mobilità, telefonia integrata con i palm e wearable pc. Una Internet non più per grande netsurfing ma per "goal surfing" cioè tesa a un'informazione in tempo reale per le esigenze del momento. In Tribal ospito all'interno della rubrica altri autori e spesso scriviamo a quattro mani. In quest'ultimo periodo mi sto occupando anche del mio secondo libro, "Internet day trading" sull'evoluzione del trading online anche in base alle esperienze americane. Tribal economy? Sì, Internet è un ambiente tribale, persone che interagiscono a gran velocità ma anche con grande passione. Ci sono ambienti e comunità dove le persone si aggregano intorno a valori e intorno a questi valori costruiscono esperienze ed eventi. Questo ha dei risvolti anche economici ed è uno dei motici per cui studio queste cose. Molte comunità tenderanno poi a diventare business community, come accaduto in Usa, a San Francisco e in Silicon Valley, e presto anche in Europa. Mailing list, newsgroup, chat, e-mail e web-cam stanno cambiando il modo di fare amicizia, incontrare colleghi e creare comunità per lavoro e tempo libero. Scrivere lì ci farà incontrare davvero, oppure aumenterà l'uso di maschere? Su Internet non ci sono situazioni "aut-aut". Noi siamo abituati a pensare la Rete come una rivoluzione economica, come un '800 rivissuto nel 2000, ma in realtà la Rete sta mostrando che non esistono new economy e old economy, né posta elettronica e posta tradizionale, ma esistono forme di comunicazione e format comunicativi che si stanno rinnovando in continuazione e che nessuno di noi ha mai usato prima. Internet è come un ovetto Kinder da aprire e costruire, e ognuno affronta il gioco come vuole, lo costruisce e poi lo tiene com'è oppure lo smonta di nuovo. Internet è il primo mezzo di comunicazione attivo, e di fronte all'essere attivi, al mettersi in campo, al mettere le mani nelle cose, molte persone hanno meccanismi psicologici curiosi. Questo è molto interessante da studiare, mi affascina, e con tribal economy lo sto facendo. Maschere? Sembra proprio di sì, ma da mettere e togliere. Come ci si sente a essere considerati guru della Rete? Non lo sono affatto, e al contrario credo di aver bisogno di imparare tantissimo. Per questo preferisco essere un nomade della Rete piuttosto che un guru. Su questo ho scritto anche un articolo in cui mi sono divertito molto: la differenza fra nomade e guru. Mi sento un nomade perché sono pieno di domande e non pieno di risposte. Questa è una costante che mi porta anche online: il nomadismo culturale prima che internettiano. Il Web ci porta in casa non solo informazioni più o meno ben curate ma anche opinioni dell'ultimo minuto da newsgroup e comunità virtuali. Saremo giocati, omologati, tutti insieme da saperi più grandi di noi oppure la moltiplicazione del confronto ci darà più libertà? Ho studiato la diffusione di radio e tv. Ci sono degli errori e delle pensate ricorrenti da parte della mente umana, che dovremmo imparare e invece dimentichiamo. Anche con la radio si pensava che sarebbero esistite sempre radio indipendenti. Oggi invece radio assolutamente indipendenti non ne esistono, ma solo radio "con" grandi poteri e forze economiche. Internet sta vivendo lo stesso trend, grandi fusioni e acquisizioni mostrano che non esiste old economy e new economy ma entrambe sono i binari di una stessa ferrovia, e senza l'una il treno non potrebbe viaggiare. L'immagine è di Andrea Aparo, il mio vero maestro, professore e grande conoscitore dei fenomeni della Rete. Fusioni e acquisizioni stanno mostrando ultimamente un'omologazione della Rete anche come servizi offerti alla clientela, e poi ci sarà anche la possibilità di fare cose nuove e interessanti. È un futuro difficile da immaginare. Oltre all'informazione Internet sta cambiando la logistica e il modo di lavorare "nelle" aziende (telelavoro) e fuori (moltiplicazione dei freelance, progetti comuni in Rete ecc). Come lavoreremo fra qualche anno? Lavoreremo? Un giorno vorrei avere alle spalle una buona esperienza in una grande azienda internazionale e magari una mia piccola start up, e poi rifugiarmi in Toscana a vivere in qualche agriturismo. Lavoreremo? Spero di no. Il telelavoro sta diventando addirittura un'esigenza e molte start up stanno avviando forme di lavoro snelle, concretizzando i grandi sogni dei primi pensatori delle organizzazioni aziendali. Sicuramente cambierà il modo di lavorare. Lo vedo da una cosa molto semplice: la new economy ha portato un rifiuto al lavorare ingessati, tutti noi siamo sempre stati grandi elegantoni, giacca, cravatta, vestito bello e scarpe belle, invece la new economy sta portando alla maglietta, i jeans, i pantaloncini corti, specialmente nelle start up. Anche noi due adesso siamo in jeans. Poi cambieranno i sistemi con cui si fanno i meeting, i modi di interagire sul lavoro, con nuove forme, nuovi stereotipi, nuovi immaginari collettivi del lavoro. Uno americano per esempio sono i box delle grandi multinazionali dei software, dove ognuno è incasellato nel suo box, nella sua microtranquillità, nel suo microprivato. Questo è un immaginario che ha invaso l'Europa. Ma l'Europa sta creando immaginari diversi, sta creando gli open space. Quali sono le forme migliori non ne ho idea, però sarà bello sperimentare. Viviamo un momento privilegiato. Quando ero all'università mi chiedevo in che periodo economico mi sarebbe piaciuto vivere, e dicevo durante la Rivoluzione industriale, oppure in altri periodi di grande cambiamento sociale ed economico. Ma non immaginavo che ne avrei vissuto uno sulla mia pelle, questa "Internet era", che stiamo vivendo appieno. Secondo me se si è dei bravi professionisti non serve andare in Silicon valley per vivere il "next", si può stare tranquillamente qua e fare qui la nostra silicon valley. C'è ancora spazio per il silenzio? Io lavoro nel silenzio. Ho studiato nel silenzio. Tendo a isolarmi spesso, soprattutto prima di meeting importanti, perché penso che devo incontrare altre persone solo per dire cose intelligenti, e prima però le devo pensare. Quindi sicuramente sì, il silenzio deve avere ancora molto spazio. Una cosa che adoro è scrivere di notte, nel silenzio, in uno studiolo. La nuova economia ci porta molta comunicazione, molto "always on", però il trucco dello spegnere, di schiacciare un bottone e spegnere tutto, non ce lo potrà mai togliere nessuno. Roberto Ciuffoletti |
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