In queste ultime settimane le varie liste di discussione sull’accessibilità
di lingua italiana hanno fatto un gran parlare della legge
Stanca.
Si tratta della famosa legge n.4 del 9 gennaio 2004, la quale,
a un anno di distanza dalla sua approvazione, deve ancora dotarsi di un regolamento
attuativo in grado di garantire che sia rispettata. Tempi tecnici a parte, un
anno di tempo è indiscutibilmente un periodo di tempo molto lungo.
Se i problemi della legge però si esaurissero ai tempi di approvazione, tutto sommato
potremmo anche essere contenti, e aspettare.
Il problema principale invece,
dopo aver
detto tutto e il contrario di tutto su questa normativa, sta nel fatto che
difficilmente potrà favorire l’accessibilità
reale.
Cosa frena la legge Stanca
Prima
di tutto, è necessario fare i conti con il concetto di accessibilità in modo onesto,
sgombrando il campo da quei fraintendimenti che spesso la poca conoscenza dell’argomento
favorisce (e che vengono a volte usati ad arte per mantenere lo status quo - vedi
quel che dicevo qualche tempo fa circa i rischi di settarismo degli standard web).
Per come la vedo io, l’accessibilità percepita è
diversa da quella spesso proclamata da chi sviluppa siti web.
Troppo spesso
si evita (per comodità) di distinguerla dal codice valido: si preferisce
proclamare - anche con il legittimo orgoglio di chi fa il proprio mestiere come
si deve, produce codice valido, e lo attesta in qualche modo - la bontà del proprio
codice, e lasciare che i meno attenti pensino "codice valido, quindi accessibile".
Il problema è che il codice valido è una base per l’accessibilità e non la
riassume in se stesso.
Esistono istanze molto
più complesse da considerare (come la scrittura dei testi, il livello di complessità
dei contenuti, etc.).
La legge Stanca, per come la vedo concepita, mi sembra
in grado di assicurare (stando anche ai requisiti enunciati negli studi preliminari
al regolamento attuativo) la validità del codice e poco altro.
Questo, se
da un lato favorisce comunque l’accessibilità - è innegabile che un codice ben
fatto avvicini all’accessibilità reale dei contenuti - dall’altro non la assicura,
non basta.
Cosa servirebbe alla legge Stanca per
promuovere l’accessibilità reale?
Soldi, innanzitutto.
È una legge
a costo zero, che impone cioè ai principali destinatari - le pubbliche amministrazioni
- di osservarla senza prevedere fondi ulteriori rispetto a quelli già a disposizione.
È ovvio che in queste condizioni, ben sapendo che le PA non navigano nell’oro,
il risultato rischia di essere quello di standardizzare sì maggiormente il codice
dei siti prodotti (quindi c’è comunque un miglioramento) ma di non promuovere
una cultura dell’accessibilità.
Quello che fa la
legge Stanca è prescrivere per legge delle buone pratiche di lavoro per i professionisti
(interni ed esterni) che lavoreranno alle pagine web pubbliche. Ma queste sono
cose che dovrebbero già essere scontate. Nella situazione attuale del mercato
non lo sono.
Ben venga dunque lo sforzo della legge in questa direzione.
Direi però che per essere veramente promotrice di una cultura dell’informazione accessibile a tutti (come prevederebbe la Costituzione, del resto) dovrebbe fare molto di più: stanziare fondi per fare sperimentazioni e test con gli utenti prima del rilascio dei siti, formare adeguatamente il personale interno su tematiche come usabilità, organizzazione dei contenuti, scrittura efficace dei testi, etc.
Mi rendo conto che non potendo avere botte piena
e moglie ubriaca (i soldi sono quelli che sono), è sempre meglio avere una delle
due.
Mi piacerebbe però notare un po’ meno di trionfalismo nei commenti positivi
alla legge, forse fuori luogo rispetto a quello che la legge - effettivamente
- produrrà. Staremo a vedere.
Nel frattempo, vi segnalo un’utile pagina predisposta da Maurizio Boscarol con le domande più complesse (e relative risposte) emerse circa la legge Stanca.
Mirko Corli - Nousab.org