Torniamo a parlare del Click Fraud. Un tema in qualche modo che sta scuotendo
il settore della pubblicità on-line. Questa volta racconta il suo punto
di vista Mauro Lupi, Presidente di AdMaiora, che dal suo Weblog personale, cerca
di definire meglio cosa sta succendendo. Un approfondimento da non mancare.
di Mauro Lupi - Ad Maiora Spa |
02 maggio 2005
Adoro le persone schiette, quelle che non hanno peli sulla lingua
e che “non la mandano a dire”. Non sempre è possibile “dirla tutta”, specie
nel mondo degli affari. Proprio oggi Mantellini
sottolinea come “non siamo abituati a sentirci dire chiaramente come stanno
le cose”. Così quando qualcuno “vuota il barile” ho sempre la convinzione che
equivalga ad una ventata d'aria fresca. Qualche volta, ed è il caso in questione,
l'effetto sarà più simile ad un piccolo tornado che ad una semplice ventata.
Mi rifersco a Joe
Holcomb che ha pubblicato un lungo post dal titolo emblematico: Pay
Per Click Advertising Fraud - The Inside Story.
Joe, che è il marketing manager di BlowSearch
(prima era in Kanoodle),
fa il punto su uno dei temi più scottanti nel settore del paid search; un pesante
j'accuse nei confronti dei search engine che, a sui dire, tendono a sminuire
l'effettivo impatto del fenomeno click fraud non riuscendo (per ora)
a combatterlo adeguatamente. L'argomento è peraltro emerso in questo giorni
nei commenti di un precedente
post e discusso anche su Mlist.
È complesso commentare un articolo così lungo che va a coprire
molti aspetti del problema. Il punto è che il problema esiste: una parte
dei click che arrivano dal paid search (sia esso sponsored links che
contextual) potrebbero essere artificiali. E allora?
Dal punto di vista delle aziende che usano i motori di ricerca
per generare visite al proprio sito, ritengo che:
- si debba sempre analizzare con cura l'andamento delle campagne
"paid", non solo utilizzando gli strumenti base offerti dai search
engine, ma individuando costantemente il ROI. Pragmaticamente, ammesso di
dover accettare che una parte dei click non siano legittimi (pagandoli comunque),
va verificata in ogni caso qual'è la soglia di convenienza. È come per le
campagne di e-mail advertising ove, in genere, si paga un costo per ogni e-mail
trasmessa, comprese quelle che non vengono recapitate o lette.
- ricordando che la stragrande maggioranza dei click su una
pagina dei motori di ricerca viene effettuata sui risultati standard (l'ultima
ricerca che lo dimostra è quella del triangolo
d'oro fatta da Enquiro), risultra altresì evidente che gli investimenti
rivolti all'ottimizzazione ed alla loro visibilità nei risutati standard,
non sono intaccati dal click fraud.
- un modello alternativo potrebbe essere il “paid for action”,
ossia un sistema per cui l'inserzionista paga per un risultato concreto come,
ad esempio, la compilazione di un form o direttamente l'acquisto. A tale proposito,
va segnalato l'attegiamento di Snap (il progetto di Bill Gross, ideatore di
GoTo e quindi Overture) che promuove
il modello pay-per-action ai suoi clienti. Pur avendo iniziato a parlare di
paid
per performance svariati anni or sono (attirandomi anche gli strali di
alcuni operatori pubblicitari tradizionali), ho comunque molte perplessità
sul fatto che un modello legato alle vendite possa funzionare su larga scala.
Mauro Lupi - Presidente di Ad Maiora Spa - tratto dal blog personale
admaiora.blogs.com/maurolupi