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Pin-eye Awards 2005: quando la faccia è come... (parte I e II)

Anche quest'anno, tornano i PinEye Awards. E Marco Tracinà lo fa nel suo modo: tagliente, implacabile, con stile arguto e intelligente. E presenta la classifica dei peggiori dell'anno. Da non perdere. Assolutamente.
di Marco Tracinà | 09 gennaio 2006

Prefazione
Anche quest'anno, tornano i PinEye Awards, il più temuto tra i premi assegnati a quanti operano sul Web. Nessuna slide ha accompagnato un Eric Kim commosso al momento del ritiro del premio, che ha detto "il nostro è uno dei brand di maggior valore al mondo, e intendiamo farne crescere il valore insieme con l'evoluzione della società", perché mentre il noto SVP&GM, S&MG (*) ringraziava dal palco nel quartier generale nella Silicon Valley si affrettavano a cambiare tutto...

IL PREMIO 2005
Non sono serviti a nulla gli stratagemmi del nostro Presidente della Repubblica, impegnato a celebrare la Festa del tricolore nella medesima data in cui vengono assegnati i nostri (poco) strampalati premi, data simbolica, non finiremo mai di ricordare, in cui si celebra l'entrata in funzione del primo servizio telefonico transatlantico tra Londra e New York.
Dopo i successi degli anni passati, che videro premiati i Carrier e Massimo Capuano, l'edizione di quest'anno è stata caratterizzata da un autentico finale a sorpresa, che ha consegnato l'ambito premio - per la prima volta – ad un operatore a stelle&strisce a discapito di un ente nazionale; vediamo com'è andata.

"Bronze Pin-Eye" meritatissimo per i promotori del Digitale Terrestre: nel 2004 non c'era convegno in cui non si paventasse questa meraviglia tecnologica, tutti pronti a pronunciare il requiem del web, condannato nel corso del 2005 a vedere erose quelle quote così faticosamente conquistate nel corso del precedente decennio.
Ma come spesso accade, a far conti senza l'oste si rischian cattive figure, pertanto, ancora assente la spinta fornita dal solito mondo delle donnine digitali, i destini del nuovo sistema sono stati affidati ad una gigantesca palla, quella rappresentata dal mondo del calcio. Risultati discutibili, incentivi sprecati e un'azienda, Mediaset, da riportare sulla corretta rotta di navigazione.
Perché ancora oggi la sola società in grado di garantire un'idea concreta di Digitale Terrestre è Telecom Italia, proprietaria di cavi sui quali far passare il segnale, abbonati cui proporre (o imporre) la soluzione e soprattutto un content provider (La7) davvero degno di tale nome e in grado di realizzare un palinsesto sensato e condivisibile. In Telecom hanno la vista lunga ed hanno iniziato a lavorare intorno a questo progetto oltre un anno fa, dirottando risorse storiche di Matrix verso questa nuova realtà, mentre in Mediaset bisognerebbe allontanare figure ancora acerbe oppure ormai fuori dimensione e restituire l'azienda ai manager, quelli veri, il cui obiettivo non è quello di finire sulle pagine dei rotocalchi o garantirsi alimento per le lobbies che rappresentano ma portare risultati; in altri termini, i dané.
Ancora al palo la Rai, dove sembra non avere mai fine la fase sperimentale e dove delle categorie inutili citate per Mediaset hanno sin troppo vasta esperienza.
Paradossalmente, ai convegni del 2004 Telecom Italia non era frequentatrice assidua, a testimonianza che in una fase di start-up "fare è più importante che chiacchierare".

continua...

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