PMI e Facebook: diffidenza, si rischia di perdere un’occasione

Un quinto delle imprese italiane è convinto che gli strumenti social non aiutino a fare business… E intanto il social commerce cresce Le PMI già usano poco il Web, figuriamoci i social network.

facebook

Bollati troppo frettolosamente come luoghi virtuali dediti al cazzeggio infinito, i social network sono in realtà formidabili strumenti di marketing e di fidelizzazione della clientela, a patto di saperli usare.

Forrester Research stima che il social commerce crescerà dai 5 miliardi di dollari di fine 2011 ai 30 miliardi nel 2015, nel mondo (+56% annuo).

Secondo uno studio Netcomm,

«ben il 20% degli utenti internet italiani usa i social network per raccontarsi esperienze d’acquisto e risolvere problemi avuti con i prodotti».

BlogMeter ha recentemente presentato un’indagine allo Iab Forum di Milano, per fare il punto della situazione sulla presenza delle aziende italiane in Facebook. Dall’analisi degli 88 prodotti finalisti al premio “Brand Awards 2011” di Gdo Week e Mark Up, nel periodo che va dall’1 gennaio fino al 30 settembre 2011, sono emersi dati interessanti: la metà dei brand non ha una propria fan page di Facebook, il 57% non ha aperto una pagina ufficiale in italiano. E il 43% si divide quasi equamente tra fan page di brand (23%) e di prodotto (20%).


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I settori con maggiore presenza su Facebook, sono l’Elettronica di consumo – Mobility e imaging (71%), seguito da Beverage – alcolici, birra e bevande (62%) e Food – alimentari freschi, confezionati e dolciario (45%).

Tra i Top brand, Nivea risulta la pagina con più fan, mentre è la pagina di Samsung quella più commentata. Tra le pagine dei prodotti, Estathè risulta la pagina con più fan.

Secondo un’altra ricerca (che evidentemente non mancano) condotta dall’università Bocconi per conto di Alcatel-Lucent Enterprise in Italia, tre aziende su quattro sono convinte dell’importanza dei social media per il business e per il rapporto con i clienti ma meno della metà li utilizza.

Dai dati emerge che il 22% ha da tempo implementato un’azione su vari canali social, il 10% ha iniziato ad avvicinarsi nell’ultimo anno, ma solo l’8% ha solo una fanpage su Facebook.

Come evidenziato dalla ricerca, ad un elevato numero di fan non corrisponde necessariamente una maggiore popolarità del brand; ai fini di una comunicazione efficace non contano tanto i fan quanto il numero di like e commenti. Ad impedire lo sviluppo sono soprattutto la mancanza di tempo e di risorse necessarie per la loro gestione.

Dai dati emerge che un’azienda su quattro non risponde alle lamentele che vengono postate dai clienti sui canali social ufficiali, che il 34% delle aziende intervistate monitora manualmente i social media, mentre il 43% non li controllano proprio per niente e il 10% coinvolge il servizio clienti in caso di lamentale. Quasi tutti (92%), invece, ammettono che dovrebbero ricontattare chi si lamenta pubblicamente, ma il 18% reputa che il contatto debba avvenire esclusivamente da parte del servizio clienti.


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Non mancano, tuttavia, coloro che non vedono di buon occhio l’interazione con i social, perché temono critiche pubbliche (22%) o perché riconoscono l’impossibilità di gestire le conversazioni (14%).

Prendendo come riferimento una recente ricerca Zoomerang intitolata “Small to Midsized Business Marketing Practices Survey 2011”, si può notare come Facebook sia stata per il 2011 la risorsa numero uno per il social media marketing a livello aziendale. Ben il 35% delle PMI intervistate utilizza il social media all’interno delle proprie strategie e Facebook mantiene inalterato il suo predominio, con una percentuale di preferenza del 76%-84%, a seconda delle fasce di età.

Un buona notizia viene invece da La Mia Impresa Online.it, l’iniziativa lanciata da Google, Seat Pagine Gialle, Register.it e Poste Italiane. Sono oltre 27 mila le aziende che hanno già registrato il proprio dominio web e fatto il loro debutto in Rete. Con una crescita del 10% rispetto al 2009, l’Internet economy italiana ha raggiunto nel 2010 un valore di 31,6 miliardi di euro, pari al 2% del PIL italiano.

Di fatto, per ogni euro di crescita del PIL italiano da qui al 2015, in media 15 centesimi saranno legati ad Internet. Ancora più interessante il potenziale di crescita: nel 2015 l’Internet economy italiana rappresenterà tra il 3,3% e il 4,3% del PIL, equivalente a circa 59 miliardi di euro, ossia, quasi il doppio dei valori attuali.

Eppure, secondo i dati di Eurisko, solo il 25% del totale delle piccole e medie imprese italiane ha un sito, e se ci concentriamo sulle imprese con meno di dieci dipendenti, la percentuale scende al 20%.

Tuttavia, le piccole e medie imprese attive su Internet fatturano di più, assumono di più, esportano di più e sono più produttive di quelle che non sono presenti sul Web. L’opportunità per il nostro Paese è quindi evidente, soprattutto nel caso in cui un numero cospicuo di piccole imprese decidesse di entrare in Rete e abbracciare, in qualche misura, il digitale.