Carlo Ruta: esiste la libertà d’informazione in Italia?

12/03/2009

Carlo Ruta risponde alle nostre domande in seguito alla sentenza che lo ha condannato per “stampa clandestina”. Dalle sue risposte fuoriescono dubbi e questioni riguardo l’odierno panorama dell’informazione italiana.

Carlo Ruta: esiste la libertà d’informazione in Italia?

Carlo Ruta, noto saggista e giornalista siciliano, in seguito alla sentenza della Corte di Appello di Catania che ha confermato la condanna in primo grado per il cosiddetto reato di “stampa clandestina”, di cui è accusato il suo blog d’inchiesta AccadeinSicilia, risponde ad alcune domande riguardanti dapprima la sue vicende e poi il mondo dell’informazione in Italia.

Il risultato dell’intervista è un disegno articolato che si conclude attorno ad un’unica questione: esiste realmente la libertà di informazione in Italia? La risposta è difficile da trovare, ma quel che è evidente è come certi “poteri forti” siano ancora capaci di influenzare i giochi.


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Carlo Ruta e il reato di “stampa clandestina”

Carlo Ruta: esiste la libertà d’informazione in Italia?

Dopo la recente sentenza della Corte di Appello di Catania, che ha confermato la condanna in primo grado ad una pena pecuniaria inflitta dal Tribunale di Modica nei confronti di Carlo Ruta per non aver registrato il proprio blog AccadeinSicilia in Tribunale, siamo andati a scomodare lo stesso giornalista siciliano, protagonista dell’incredibile episodio.

Vocato a condurre indagini sulla criminalità organizzata, Ruta si è invece trovato a dover combattere contro gli organi giudiziari che lo hanno ritenuto responsabile del reato di “stampa clandestina”. Ecco cosa ci ha detto.

Carlo Ruta: la Sicilia e le prime inchieste

Carlo Ruta: esiste la libertà d’informazione in Italia?

Nato a Ragusa nel 1953, Carlo Ruta si occupa essenzialmente di storia, da diverse prospettive. Una di queste riguarda i percorsi civili del Paese dagli anni dell’Unità alla Repubblica. Ha intrapreso questo percorso specifico sin dai primissimi anni novanta, quando ha prodotto uno studio sulla strage di Portella della Ginestra, pubblicato dalla casa editrice Rubbettino. In quel periodo si interessava dello “Stato profondo” in Italia, quello che potrebbe essere stato dietro molte stragi, sin dall’immediato dopoguerra.

Questo avveniva a partire dalla seconda metà degli anni novanta e aveva come centro nevralgico la Sicilia. Nell’ovest dell’isola le cosche andavano in una specie di letargo, si allontanavano dal traffico internazionale degli stupefacenti, intensificando la loro proiezione verso gli affari “legali”. Nell’est siciliano, erano invece gli anni di piombo, con una escalation di stragi di mafia senza precedenti. In quella stagione salivano alla ribalta giudiziaria e mediatica i gelesi, i vittoriesi, i niscemesi. Era il tempo dei baby killer, dei rivoltosi che mettevano in discussione l’egemonia storica dei boss palermitani. Era il periodo in cui i clan criminali della costa sud si confederavano e in cui qualcuno tentava soluzioni verticistiche. Ruta, al tempo, scriveva sulle collusioni tra le bande, la politica e le zone grigie dell’economia.


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Ma il difficile è cominciato realmente alle soglie del 2000, quando ha iniziato a occuparsi di banche operanti in Sicilia, di grandi gruppi nazionali e di istituti locali che ancora oggi risultano essere tra i maggiori in Italia, non per ampiezza strutturale ma per capitalizzazione. Un po’ come era avvenuto nell’area trapanese negli anni ‘70/’80 nell’est siciliano: da Messina a Capo Passero sorgevano agenzie e sportelli come funghi, fuori dalle logiche di mercato. Ruta ipotizzava allora l’esistenza di una specie di paradiso, mimetico ed efficiente.

Facevo delle indagini. Arrivavano riscontri. Traevo delle conclusioni, che sottoponevo a ulteriori verifiche. Il circolo deduttivo si chiudeva spesso senza forzature e solo allora le inchieste cominciavano ad arrivare al pubblico. La gente mi leggeva. Avvertivo che si accostava a me con rispetto. E questo aumentava la mia responsabilità. Cercavo di essere il più razionale possibile, con l’adozione di metodologie che mi erano consuete per il lavoro di ricerca storiografica. Alcune istituzioni pubbliche e i poteri motivo d’inchiesta erano imbarazzati. Non sapevano come comportarsi. Le inchieste arrivavano alla gente attraverso libri brevi, pubblicati soprattutto da La Zisa di Palermo, casa editrice d’impegno fondata da Maurizio Rizza e legata all’Istituto Gramsci siciliano.

La nascita di AccadeinSicilia

Carlo Ruta: esiste la libertà d’informazione in Italia?

Nasceva poi, verso la fine del 2001, AccadeinSicilia, uno strumento aggiuntivo per comunicare.

In quegli anni Ruta si imbatteva ancora nel caso di Giovanni Spampinato, giornalista de “L’Unità” e de “L’Ora”, ucciso nel 1972: una vicenda che in Italia era finita nell’oblio, come una sorta di storia privata. Poi ha seguito altri percorsi. Su diverse testate italiane, da “Narcomafie” a “Il Manifesto”, da “Libera Informazione” di Roberto Morrione a “L’Isola Possibile”, Ruta si è occupato dei business dell’acqua e delle energie rinnovabili, degli affari criminali in tempo di crisi, di conflitti e narcotraffico.

Il suo blog è stato equiparato dai tribunali ad una testata giornalistica perché “aggiornato con periodicità”. Addirittura, la definizione stessa di “Giornale”, con cui Ruta ha inteso battezzare il blog, secondo il giudice di primo grado deve considerarsi una prova del fatto che il sito era come una normale testata giornalistica e, come tale, andava registrato in tribunale.

Ci puoi dire cos’era Accadeinsicilia, ogni quanti giorni avveniva l’aggiornamento del blog e se a scrivervi eri solo tu?

AccadeinSicilia era un blog, un mezzo di supporto al mio lavoro di analisi. Riversavo in esso parte dei documenti su cui lavoravo per gli articoli cartacei e i libri. In questo sito confluivano quindi gli elementi che potevano testimoniare, agli occhi dell’opinione pubblica, l’impegno e i tentativi di oggettività del mio lavoro di ricerca. Le motivazioni per cui l’ho creato erano diverse. Di alcune non vorrei parlarne perché legate a vicende personali. Di altre posso dire.

Negli ultimi anni novanta avevo in mente di riunire in un unico progetto tre cose: l’inchiesta economica e sociale, la prospettiva storica e lo strumento del web. Ne ho parlato con un mio caro amico, Antonino Criscione, pioniere dei rapporti tra storia e web e storico dell’INSMLI di Milano, l’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia. Questo mio amico ha messo a disposizione tutte le proprie competenze in materia, maturate, tra l’altro, nella redazione di Novecento.org. Abbiamo passato l’intera estate 2001 insieme, a casa mia, a fare fino alle quattro del mattino. Nell’autunno nasceva AccadeinSicilia.

L’esperimento sembra da subito riuscito perché, sotto il profilo della documentazione storica, dell’analisi e dell’indagine sociale, il sito, pur di nicchia, diviene in poco tempo uno dei più apprezzati. Le inchieste economiche e civili, non urlate ma argomentate, accolte per questo con favore dall’opinione pubblica, inclusa quella moderata, sconcertavano ancora determinati ambienti, che reagivano con stizza.

Mi chiedi se in AccadeinSicilia scrivevo solo io. Naturalmente no. Le inchieste del sito attraevano giornalisti e operatori della cultura, che collaboravano e mandavano testi, ma soprattutto i giovani, tanto più quelli motivati alla carriera del giornalismo.

Con Criscione ha poi progettato di investigare il caso Spampinato, avviando la ricerca di nuovi dati e documenti. L’inizio avrebbe dovuto essere un articolo a quattro mani sulla rivista Zapruder. Era il 2004. Ma Antonino Criscione nell’autunno successivo muore. E Ruta si trova quindi a far partire questo lavoro di ricostruzione senza il contributo del suo fidato amico.

AccadeinSicilia: la denuncia per “stampa clandestina”

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Il 5 dicembre di quell’anno, comunque, AccadeinSicilia, che, come era chiaro a chiunque, non era aggiornato con cadenze regolari, e meno che meno quotidiane, veniva oscurato d’autorità. Quindi partiva la denuncia per stampa clandestina.

Nelle interviste che hai rilasciato in passato, hai sempre sostenuto di essere una persona che “calpesta i piedi” ai poteri forti siciliani. Quali sono, secondo te, questi “poteri forti” e quelli occulti che governano l’isola degli agrumi?

I poteri forti, economici e non solo, sono realtà condizionanti, talvolta impersonali, che si muovono per loro stessa natura oltre gli orizzonti della democrazia, anche quando si mostrano rispettosi delle regole. Tanto più nelle aree colpite dalle mafie possono costituire quindi una minaccia. E l’informazione può esercitare un ruolo importante nel rendere visibili i loro movimenti. In Sicilia, come in altre regioni del sud, come dimostra una casistica ormai consolidata, questi poteri possono fare sistema con la criminalità organizzata, che è essa stessa un potere condizionante, pure sotto il profilo finanziario.

Chi sono, secondo Ruta, questi poteri forti? Fino agli anni sessanta del Novecento, prima cioè che entrasse in vigore la legge De Marzi-Cipolla, che ha riformato i patti agrari, il potere più forte e caratterizzante dell’isola, oltre che di diverse aree del sud, era formato da agrari e latifondisti, che, come è noto, non si sottraevano a rapporti più o meno organici con le cosche. Diversamente, negli ultimi decenni sono saliti al top le banche, locali e nazionali, con i relativi management, l’industria dell’edilizia, in ultimo la grande distribuzione, che ha preso possesso di diverse aree strategiche, soprattutto lungo la Sicilia ionica. Nei maggiori business si sono inseriti contestualmente l’industria nazionale dell’energia, le compagnie multinazionali dell’acqua e le grandi società di costruzioni.

Si tratta evidentemente di un quadro mosso, cui ho dedicato molto lavoro negli anni passati. Questi poteri, che si muovono di norma in modo sinergico, trovano referenti forti e per certi versi un collante in determinati uffici, in particolare nelle alte burocrazie della Regione. A titolo di esempio potrei citare l’Arra, l’Agenzia regionale dei rifiuti e delle acque, finita numerose volte sotto i riflettori nazionali.

Ne scaturisce un sistema, che interagisce con i fenomeni della corruzione, a Palermo, a Messina, a Catania, nei centri minori. E tutto questo, comune appunto ad altre aree del Paese, rende la democrazia, a certi livelli almeno, un guscio vuoto. Come ha bene argomentato l’economista bengalese Amartya Sen, il deficit di democrazia, che è deficit di libertà, finisce per comprimere il progresso economico. È il circolo vizioso del sottosviluppo che stringe il sud, alimentato appunto dalle politiche dei poteri forti, dalla corruzione, dal ricatto delle cosche criminali.

Carlo Ruta: inchieste e procedimenti penali

Carlo Ruta: esiste la libertà d’informazione in Italia?

Quanti procedimenti penali hai collezionato per causa del tuo lavoro e delle tue inchieste?

Le inchieste condotte dal 1997 al 2004, che hanno riguardato i contagi politico-mafiosi e le banche nell’est siciliano, come dicevo, mi hanno esposto particolarmente alla reazione di alcuni poteri territoriali. Ho subito poco più di una dozzina di procedimenti penali: in fondo non tanti se pensiamo alle parecchie decine che collezionavano i giornalisti de “L’Ora” di Palermo negli anni ‘60/’70. Quando si fa un lavoro campale, si tratta purtroppo di un risvolto inevitabile. La dimensione è quella di un fronte bellico. In ogni caso, escludendo l’azione giudiziaria mossa da un preciso ambito della magistratura, da tutti gli altri procedimenti sono uscito vincente. Per me è quindi una storia quasi chiusa e spero di chiuderla presto, in via definitiva, con un en plein. Per quanto difficile, anche questa è stata comunque un’esperienza di vita. I processi mi hanno permesso di capire meglio le cose, le motivazioni di chi stava oltre la linea, che meritano sempre di essere valutate con attenzione, perché, come dicevo prima, esistono regole da cui il buon giornalismo non può prescindere.

Ritieni che, con l’ultima condanna per “stampa clandestina”, si volesse colpire la tua penna oppure si tratta solo di un’interpretazione poco condivisibile della norma da parte dei giudici?

Non lo so. Le inchieste sull’est siciliano erano campali, difficili come interventi chirurgici a cuore aperto. E credo abbiano un po’ disorientato, anche perché, come detto, non facevo informazione gridata, né puntavo a un uso disinvolto di carte investigative e giudiziarie. I protagonisti di allora non credo abbiano però responsabilità in quello che sta avvenendo adesso. Penso si tratti di cose diverse. Già nel primo giudizio non so quanto ci fosse di condizionato localmente. Giuristi ed esperti italiani del web hanno valutato la sentenza del giudice Patricia Di Marco ben congegnata, minuziosa, in grado di dare in ogni caso una risposta conservatrice a una questione che rimane sospesa, ancora oggi elusa, legislativa prima che giudiziaria. Potrei sbagliarmi, ma sono portato a credere che la Corte d’Appello di Catania abbia semplicemente voluto riaffermare quel giudizio, un principio a conti fatti, che potrebbe valere a Tivoli come ad Aosta, come ovunque. Sta qui del resto la rilevanza pubblica dell’atto, perché viene messa a rischio la libertà di espressione sul web nell’intero Paese.

Qual è stata, secondo te, la tua inchiesta che ha dato maggior fastidio? Hai mai ricevuto “avvertimenti” per via dei tuoi articoli?

È difficile rispondere perché ogni inchiesta è una storia a sé. Tutte hanno creato problemi e più volte ho ricevuto avvertimenti. Ma ho scelto di lavorare su terreni difficili e ne accetto le conseguenze senza tanto rimuginarci sopra. Mi piace investigare i fatti del passato e del presente; credo in una società bene ordinata, razionale e mi trovo a dare un contributo perché le cose si muovano in questa direzione. Tutto qui.

Le organizzazioni criminali e i “coni d’ombra”

Carlo Ruta: esiste la libertà d’informazione in Italia?

Come studioso dell’argomento, quale ritieni sia l’attuale stato di salute della mafia? Come la vedi in relazione invece al crescente potere della ‘ndrangheta?

È uno degli argomenti che tratto in “Narcoeconomy”. Lo stato di salute delle cosche siciliane non è ottimale. La sfida allo Stato si è rivelata un disastro e ricucire i vecchi rapporti con la politica non è facile. Ancora oggi è tutto in discussione, anche perché la politica, dopo l’uccisione di Salvo Lima e Ignazio Salvo, ha compreso quanto sia rischioso il rapporto con le cosche. Con le stragi dei primi anni ‘80 e del 1992 è stato varcato in realtà un confine che neppure i massimi gangster statunitensi, nei periodi più difficili, avevano osato oltrepassare. Intorno alla metà degli anni trenta, Lucky Luciano e Meyer Lansky non esitarono a uccidere Ducht Schultz, tra i più potenti boss d’america, quando seppero che stava pianificando l’assassinio del giudice Thomas E. Dewey, che pure stava facendo terreno bruciato attorno alla criminalità organizzata di New York. Totò Riina non ha incontrato alcun ostacolo perché era il vincitore, militarmente il più forte.

L’esito per la mafia di tutto ciò, aggiunge Ruta, è stato rovinoso, con l’incalzare degli arresti, il regime del 41bis, il ritiro dal grande narcotraffico, la confisca infine di patrimoni ingenti. Da alcuni anni c’è voglia di ripresa. Si sta tentando di ricucire, in particolare, i contatti con le famiglie americane per poter riacquistare il peso perduto nel business internazionale delle droghe, ma le difficoltà persistono.

La ‘ndrangheta ha beneficiato di questa situazione, subentrando quale interlocutore strategico dei cartelli colombiani e messicani della coca, ma non solo. Ha tratto vantaggi dai sommovimenti geopolitici dell’est nei primi anni novanta, potendo stabilire relazioni con le mafie balcaniche e, più in generale, quelle che operano sulle rotte della Mezzaluna d’Oro. Dopo il 2001 ha tratto vantaggi dalle politiche statunitensi del Patriot Act, che, nel colpire i paradisi oceanici, sospettati di collusione con il terrorismo islamico, hanno finito per incoraggiare il riciclaggio, da narcotici e non solo, nei paradisi del Nord Europa, dove le ‘ndrine godono, da alcuni decenni, di un discreto consolidamento, legato alle mappe dell’emigrazione.

L’argomento della discussione si sposta poi sui cosiddetti coni d’ombra”. A cosa si allude con tale termine?

Quando parla di coni d’ombra, Ruta si riferisce a territori e a situazioni in cui i poteri criminali riescono a integrarsi negli ambienti sociali, politici ed economici in modo perfetto, o quasi, tanto da risultare “inesistenti” sul piano della comunicazione sociale e, non di rado, pure su quello giudiziario.

Immersa in un cono d’ombra era la Calabria degli anni cinquanta, quando le ‘ndrine capitalizzavano in silenzio, con gli utili ricavati dalle piantagioni di cannabis in Australia. Un cono d’ombra era la città di Duisburg in Germania prima che la strage del 27 agosto 2007, compiuta dai Nirta-Strangio, ne rivelasse il sottosuolo criminale. Si può dire lo stesso di Casal di Principe prima dell’assassinio di don Giuseppe Diana e del Veneto nei tempi in cui il boss Felice Maniero, non ancora reo confesso di decine di omicidi, faceva affari con banche svizzere, olandesi e venete.

Queste aree oscurate e coperte possono balzare alla luce per fatti eclatanti, come stragi e guerre di mafia, oppure casualmente. Istruttivo sembra essere al riguardo il caso della Turchia, dove il cono d’ombra che copriva i rapporti tra stato e mafya sin dagli anni cinquanta ha retto fino al 3 novembre 1996, quando una Mercedes si è schiantata contro un autotreno alle porte di Susurluk, nell’Anatolia occidentale. In quell’auto viaggiavano, armati di tutto punto, il capomafia Abdullah Çatlı, allora latitante, la reginetta di bellezza Gonga Us, fidanzata del boss, Huseyn Kocadag, tra i massimi dirigenti dei nuclei speciali operativi nel Kurdistan e, unico sopravvissuto, il deputato Sedat Bucak, capo di una milizia di ventimila uomini impegnati nella repressione del PKK.

I coni d’ombra possono essere scoperti, inoltre, attraverso un accurato lavoro investigativo, di tallonamento, centrato su casistiche, fatti e indizi che nella normalità passano come inconsistenti, o vengono fatti passare come tali. Emblematiche le esperienze dei giornalisti Cosimo Cristina, Giuseppe Fava, Giovanni Spampinato e Beppe Alfano, dei magistrati Ciaccio Montalto, Carlo Palermo, Rosario Livatino, Guido Casson e Luigi De Magistris, e così via.

Quali sono i possibili coni d’ombra nell’Italia e nell’Europa di oggi?

Gli attacchi sferrati dallo Stato alla ‘ndrangheta e alla camorra stanno modificando con buona probabilità gli assetti criminali del Paese, con benefici per le mafie prive di una precisa identità anagrafica. In tale quadro, credo si debba prestare una maggiore attenzione alla Sardegna, dove i delitti associativi sono in ascesa e vige una forte atmosfera intimidatoria. Numerosi indizi e alcuni fatti accertati legittimano l’ipotesi che questa isola, centrale nel Mediterraneo, possa costituire da alcuni anni uno snodo coperto del traffico di cocaina, in entrata dalla Spagna e da Gibilterra.

Il caso più rilevante sembra riguardare tuttavia il Lazio e in particolare Roma, dove i delitti degli ultimi mesi di tipo gangsteristico fanno ipotizzare rialzi della posta in gioco. E i recenti sequestri di cocaina, per diverse tonnellate, provenienti dal Sud America, senza la mediazione della ‘ndrangheta, offrono spunti importanti.

La situazione sembra evolversi pure in Emilia Romagna, dove alcuni giornalisti legati a “Libera” di Luigi Ciotti e ad “Articolo 21”, come nel caso di Gaetano Alessi, hanno dato conto di realtà criminali di rilievo, perfettamente inserite nelle comunità.

Volgendo poi lo sguardo sull’Europa, situazioni tipiche da cono d’ombra potrebbero vigere in Corsica, nel Mezzogiorno della Francia, soprattutto nelle aree provenzali, e in alcuni Länder orientali della Germania. Dopo anni di denunce e testimonianze, è venuto infine allo scoperto il Kosovo, riconosciuto oggi come narcostato pure dall’Unione Europea.

Organizzazioni criminali: perchè in Italia?

Per quali ragioni (storiche, antropologiche, ecc.) le quattro principali organizzazioni criminali del mondo si concentrano tutte nel Meridione italiano, ossia in un raggio di 500 km?

L’Italia conta su una tradizione criminale significativa e su antefatti che sprofondano nei secoli. I caratteri etnici e le tipicità ambientali non bastano tuttavia a spiegare l’evoluzione delle mafie. Le ragioni sono soprattutto politiche ed economiche.

Nello specifico di questo Paese, specifica Ruta, il fenomeno erompe e diviene visibile subito dopo l’unità, mentre si accende il contenzioso tra nord e sud. La questione della mafia si intreccia quindi con quella meridionale, che sin dall’Ottocento ha avuto grande considerazione in tutti i continenti, quale paradigma dell’arretratezza. Come è noto, dopo Franchetti e Sonnino, le condizioni dell’isola hanno attratto studiosi, giornalisti e viaggiatori di tutti i continenti.

Ma lungo il Novecento la vicenda delle mafie, e del crimine organizzato in genere, è andata intrecciandosi con una questione molto più vasta, quella del narcotraffico, che negli ultimi tre decenni, concentrando oltre il 60% dei profitti illeciti globali, ha fatto sostanzialmente la geopolitica degli affari criminali. Gli scenari sono mutati allora repentinamente. Come si diceva, la ‘ndrangheta è andata in auge. Nel 2008 è stata catalogata dal governo statunitense tra le organizzazioni criminali più agguerrite al mondo.

Le mafie italiane non fanno tuttavia storia a sé. Sono parte di un mondo complesso e decentrato. In prossimità dei luoghi di produzione del narcotraffico, colpiti perlopiù dal sottosviluppo, sono andate formandosi ricchezze criminali immense, specie dagli anni d’oro di Pablo Escobar, capo del cartello colombiano di Medellin. Non a caso, lo stesso Escobar e il messicano Guzman, capo del cartello messicano di Sinaloa, hanno espugnato le classifiche della rivista economica Forbes, e l’eroina della Mezzaluna d’Oro viene considerata il fondamento di numerosi imperi industriali della Russia di oggi.

Italia, esiste la libertà di informazione?

Carlo Ruta: esiste la libertà d’informazione in Italia?

L’intervista a Carlo Ruta si conclude poi con la domanda più importante: esiste oggi in Italia la libertà d’informazione?

La libertà d’informazione nel nostro Paese esiste per legge perché garantita dalla Carta Costituzionale, ma è molto contrastata. A costituirne un serio ostacolo sono la concentrazione delle testate, soprattutto televisive, i conflitti d’interesse, il ricorrere sempre più strategico della censura, e ancora la prassi dell’autocensura. Il web, nell’ultimo decennio, democratizzando i processi della comunicazione, ha sparigliato le carte. È quindi ricorrente il tentativo di porre dei limiti, dei paletti. Ci hanno provato e ci stanno provando del resto regimi sparsi qui e là nel globo, senza però seri risultati: sappiamo che il web sta scortando molte rivolte civili e popolari in vari continenti.

Tutto il web sta parlando del tuo caso giudiziario. Come ritieni debba svolgersi concretamente la “risposta/protesta” alla recente condanna in appello?

Il mio caso riguarda la libertà di tutti. La sentenza della corte d’Appello di Catania grava come una spada di Damocle sui blog, e la discussione in Italia ha imboccato un percorso positivo, anche grazie alla mole di notizie che sulla vicenda giorno dopo giorno affluiscono sul web e su altri media. In questa direzione sinergica è allora importante che si continui. Il giornalismo italiano, on-line e cartaceo, s’interroga. S’interrogano i blogger. S’interrogano storici e intellettuali, dentro e fuori le Università. E l’opinione pubblica si sente coinvolta. In tanti hanno compreso la posta in gioco, che riguarda sì il destino di cinquantamila blog, che è già un fatto enorme, ma riguarda pure il diritto di espressione, che è un bene di tutti i cittadini. Dopo che l’organo della FNSI Ossigeno per l’Informazione, per voce del direttore Alberto Spampinato, ha lanciato l’allarme, il dibattito si è fatto intenso.

Contro la sentenza di appello stai per fare ricorso alla Suprema Corte di Cassazione. Ti senti fiducioso su quello che sarà l’esito dell’ultimo grado di giudizio oppure nutri poche speranze anche in questo caso?

Il reato, per cui sono stato condannato a 150 euro di multa, è già quasi in prescrizione, perché sono passati circa sette anni dalla data in cui è avvenuta la denuncia. Potrei quindi avvalermi di questo istituto giuridico. Ma non posso perché in questo modo avallerei due sentenze che sono molto lesive per il diritto d’informazione e di espressione. Con l’avvocato Giuseppe Arnone, che da oltre dieci anni mi difende a proprie spese, giacché ha voluto rinunciare pure al rimborso dello Stato previsto in questi casi, abbiamo deciso quindi di ricorrere in Cassazione, per il giudizio di legittimità della Suprema Corte. Spero che questo arrivi con urgenza perché la situazione nel Paese è molto difficile e sulle libertà garantite dall’articolo 21 della Costituzione incombono serie minacce. La sentenza del 2 maggio, trattandosi della seconda di merito, proveniente cioè da una Corte di Appello, è, come viene riconosciuto da tantissimi in Italia, oggettivamente pericolosa.

Ringraziamo Carlo Ruta che, nonostante i numerosi impegni personali e professionali, ha trovato la possibilità e il tempo di rispondere in modo così puntuale e ampio alle nostre domande.

Carlo Ruta oggi

Carlo Ruta, saggista e storico delle civilizzazioni, ha indirizzato il proprio impegno di ricerca sui percorsi dei mondi liquidi, sulla storia delle culture materiali, sulle progressioni tecnico-scientifiche e sulle modalità dell’immaginario dall’età antica alla modernità. Persegue un progetto di studi che tiene in forte considerazione le dinamiche complesse che corrono, in sede storica, tra risorse e bisogni, materiali e culturali.

Ha svolto dal 2008 al 2012 attività di consulenza analitica e sociologica per l’Organizzazione Libera e per la fondazione di Roma Libera Informazione. Ha dato alle stampe numerosi testi di analisi su fenomenologie e aspetti problematici della contemporaneità. Ha condotto reportage e ricerche storico-sociologiche per numerose testate nazionali, tra cui il manifesto, Narcomafie, Domani Arcoiris, ArcoirisTV, Left Avvenimenti/L’Isola possibile, Peacelink, Libera Informazione. Collabora oggi, con articoli di opinione e analisi sociale, con numerose riviste e testate giornalistiche italiane.

Luca Paolucci
  • Laurea in Economia e Management
  • Laureando in Management Internazionale
  • Esperto di: Politica, Economia e Detrazioni Fiscali
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