I segreti della SIAE

Dopo che lo scorso 30 novembre si è dimesso dalla carica di Presidente della S.I.A.E. l’avv. Giorgio Assuma, l’11 febbraio è iniziato il procedimento di nomina del Commissario Straordinario. Di Angelo Greco

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La motivazione è chiarita nella lettera del Ministero per i Beni e le Attività Culturali inviata alla stessa Società degli Autori ed Editori. Benché convocata tre volte, l’Assemblea non ha raggiunto il quorum costitutivo, sicché essa non è più nella condizione di operare, di approvare atti importanti come il bilancio preventivo 2011 o di designare il nuovo Presidente.

Contemporaneamente, sono trapelate in Rete notizie secondo cui la società fondata nel 1882 da Verdi, Carducci, De Sanctis e De Amicis, farebbe acqua da tutte le parti. Le voci parlano di circa 800 milioni di euro di debito verso gli associati. Eppure, anche queste indiscrezioni non sono corrette. L’ente pubblico gode di ottima salute ed è forse quello meglio capitalizzato di tutti gli enti italiani.

Società degli Autori ed Editori indebitata? Le cause

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Le ragioni di questo apparente indebitamento sono legate ad un aspetto della contabilità della S.I.A.E. che cercherò di spiegare con parole semplici…  Ogni anno la S.I.A.E. raccoglie circa 650 milioni di euro solo come diritti d’autore. I proventi ottenuti nell’arco di un semestre sono poi ripartiti tra gli associati nell’anno successivo. Per fare un esempio: i diritti riscossi da gennaio a giugno 2010 vengono distribuiti a partire da gennaio 2011. Il che significa che, a fine bilancio 2010 i debiti dello stesso anno non sono stati ancora estinti (lo saranno solo l’anno successivo). La conseguenza è che, se si prende a riferimento il solo bilancio statico, esso appare sempre in passivo. Ciò non vuol dire che la S.I.A.E. non abbia le liquidità necessarie per pagare i propri debiti. Anzi, il sistema le consente di lucrare ancora di più dagli interessi attivi.Alla fine di ogni esercizio, dunque, la Società degli Autori ed Editori riesce sempre a chiudere in pareggio. Peraltro, anche quando le entrate del diritto d’autore segnano un ribasso (essendo legate alla qualità dei prodotti venduti e quindi agli incassi dei botteghini, degli store di cd ecc.), la S.I.A.E. può far sempre leva su altri tipi di proventi, come per esempio l’equo compenso (ossia l’addizionale che ogni consumatore versa quando acquista memorie dati esterne) o i bollini sulle copie.Il 2011 sarà decisivo, si diceva in partenza. Entro i primi di marzo, terminata la consultazione pubblica, sapremo se l’AGCOM approverà la legge contro la pirateria. Pirateria, che ormai è un po’ il capro espiatorio di tutti i mali del settore industriale. Altro luogo comune: a) Innanzitutto perché numerosi studi delle università svedesi hanno dimostrato come siano falsi i dati snocciolati dall’industria dei contenuti secondo cui i bilanci delle major sarebbero ormai al collasso. La pirateria, peraltro, è sempre esistita. Esisteva negli atenei dove le copisterie confezionavano copie perfettamente rilegate dei libri di testo. Esisteva ai tempi delle Sony C-60, quando le cassette servivano a registrare i dischi degli amici. Esisteva quando ai concerti andavamo con le telecamere senza la paura di essere perquisiti all’entrata.

b) In secondo luogo perché, anche a voler ammettere un ruolo significativo della pirateria nella riduzione degli incassi, non è per salvaguardare una categoria economica o un manipolo di poche industrie che si deve impedire il progresso tecnologico. Come dire che, agli inzi del ’900, per tutelare i costruttori di carrozze, si dovevano chiudere le fabbriche di motore a scoppio; o per proteggere i latifondisti si doveva impedire che i contadini si trasformassero in operai. Le industrie non possono far pagare al mercato la loro incapacità di adeguarsi al progresso. È la legge del mercato… e non ci si può fare niente!

c) Il concetto di pirateria ha, in sé, qualcosa di affascinante, ma anche di profondamente democratico. Usciamo fuori dai luoghi comuni secondo cui copiare un cd sarebbe come rubarlo al negozio o scaricare un film da Internet è pari al furto di un dvd da Blockbuster. Bisogna avvertire la profonda differenza che c’è tra la sottrazione di un oggetto materiale e quella di uno immateriale come l’opera d’ingegno. Se da un lato un oggetto materiale non può che essere di proprietà di una persona, le opere della creatività non sono mai di proprietà esclusiva di un solo uomo: esse non vengono generate dal nulla, ma si appoggiano sempre ad uno step precedente, ad un background culturale, conscio o inconscio.

Faccio un esempio e per questo chiedo l’aiuto dei lettori. Immaginate un animale di fantasia, che non esiste nel creato. Prendetevi dieci secondi per farlo…

Bene, cosa avete pensato? Diciamo, un essere che ha la testa di un ippopotamo, il corpo di un fagiano, le corna di un rinoceronte e le ali di un condor. Che cosa avete inventato? Nulla. Perché non avete fatto altro che combinare una serie di elementi che già esistevano in natura (l’ippopotamo, il fagiano, il rinoceronte, il condor). Così avviene con la musica. E non già perché le note sono solo sette. Ma perché si comincia sempre da un punto di partenza, che è una data conoscenza del ritmo o dell’armonia, e poi la si sviluppa. Molto più palesemente, Mozart e Tschaikowsky hanno copiato la musica popolare e l’hanno elevata al rango di corte. O ancora, la musica country è nata dalla trasposizione con strumenti di fortuna di ciò che si suonava nelle corti europee all’epoca delle prime migrazioni, ma con ritmi più accelerati.

Immaginate però se, dopo aver sviluppato un’idea presa in prestito da altri, io decida di mettere i paletti sulla stessa, impedendo alla società di svilupparla. Se il progresso non è che una lunga strada, dove ci si incammina lì dove altri si sono fermati e ci si ferma dove altri dopo proseguiranno, mettere dei limiti alla cultura significa impedire questo cammino unitario. Del resto, non è un caso che l’evoluzione della tecnica e del progresso abbia registrato, storicamente, picchi di creatività proprio quando non vi è stata una adeguata tutela del diritto d’autore (si pensi alla Cina).

Non dimentichiamo, in ultimo, che il diritto d’autore è solo un’invenzione della moderna scienza giuridica. Esso non esisteva prima del ’900. Non esisteva come invece esistevano i precetti giusnaturalistici del “non rubare” o del “non uccidere”. Il diritto d’autore nasce quando si è potuto incorporare l’opera intellettuale in un prodotto materiale e le si è così dato un valore commerciale. Prima di questo momento, l’uomo non avvertiva l’esigenza di tutelare le proprie idee. Ed oggi, che la tecnica ha ridato liquidità alla cultura, attraverso la dematerializzazione sulla Rete, bisogna rendersi conto che anche il diritto d’autore è divenuto vetusto e necessita di riforma.L’industria dei contenuti vorrebbe far credere che la pirateria uccide la musica e, soprattutto, i piccoli autori. Ma anche questo è un luogo comune. La spiegazione è, un’altra volta, nel funzionamento della S.I.A.E. e di come la stessa ripartisce i proventi del diritto d’autore.  Facciamo l’esempio della sezione musica, che è anche quella più importante (perché produce circa l’80% degli incassi derivanti dal diritti d’autore). Una volta riscossi i proventi per una serata di “ballo” e “concertini”, la S.I.A.E. dovrebbe distribuirli, in modo proporzionale, tra gli autori dei brani suonati durante la festa, sulla base di una lista di programmazione consegnata successivamente dagli organizzatori. In realtà, solo una minima parte di queste entrate viene ripartita così: in particolare, solo il 25%. Quindi, se il brano del cantante Tizio viene eseguito al piano bar, a questi compete una quota proporzionale calcolata solo sul 25% dei diritti incassati dalla SIAE sulla serata. Il restante 75% viene invece ripartito secondo parametri del tutto diversi, che vanno a discapito del piccolo autore.Questo sistema è stato studiato per evitare il fenomeno della “falsa programmazione”, ossia per impedire che l’organizzatore della serata, onde favorire l’autore a lui più vicino, comunichi alla S.I.A.E. brani di un artista che in realtà non sono stati eseguiti, in tal modo facendogli riconoscere una quota maggiore di diritti. Ma è ovvio che tale correttivo ha ecceduto le sue stesse finalità. E così il piccolo autore si trova ad essere schiacciato da quello più grosso. Anche per questo, la tanto paventata crisi non ha mai toccato i piccoli autori. Al contrario, assistiamo a una crescente produzione discografica per via della diminuzione di costi nella produzione (si pensi a tutte le autoproduzioni ormai realizzate coi computer di casa, di qualità altamente professionali).Il mio personale convincimento è che, invece, si produca arte non per un immediato fine economico, ma per un bisogno personale di espressione, che inizialmente è del tutto svincolato dal guadagno. Ecco perché nessuna pirateria potrà mai uccidere l’arte che è nell’uomo.Ma tutto ciò, comunque, ha un suo indiscutibile effetto. Il piccolo autore comincia ad “emigrare” dalla Società degli Autori ed Editori verso altre forme di “remunerazione”. È noto che il nostro ordinamento attribuisce alla S.I.A.E. il monopolio per la riscossione dei diritti d’autore, ma non costringe l’artista a iscriversi ad essa, ben potendo questi attivarsi personalmente, senza intermediari, per la riscossione dei propri diritti. Così i nuovi artisti hanno capito che la diffusione sul mercato del proprio prodotto è più importante del semplice guadagno. Mi torna in mente la risposta che mi diede una volta, ad un’intervista, il giornalista Luca Neri. Quando gli ho chiesto come si sarebbe sentito se, all’indomani della pubblicazione del suo libro “La baia dei pirati” lo avesse trovato già diffuso col filesharing, lui mi ha risposto: “Ma in che mondo vivi! Se non fosse piratato ci rimarrei anche un po’ male, perché vorrebbe dire che ho scritto una cosa che non interessa nessuno…”.Così molti artisti mettono a disposizione online le loro opere. Osservate, per esempio, questi siti:

vodo.net; www.freeonline.org dove viene raccolto materiale non protetto dal diritto d’autore; o ancora www.jamendo.com/it/creativecommons che fornisce materiale con licenza creative commons; o ancora www.jamendo.com che mette a disposizione 293.264 tracce di tutti i generi.

Peraltro, nulla vieta all’autore o all’editore di iscriversi ad una società di riscossione europea diversa dalla S.I.A.E., poiché il regime monopolistico di quest’ultima, essendo circoscritto al suolo italiano, non vieta lo spostamento dell’autore all’interno dell’Unione Europea.

I problemi della difesa del diritto d’autore e della proprietà intellettuale sono comunque comuni a tutti i Paesi del vecchio continente. Lo scorso 22 settembre, il Parlamento europeo ha approvato la relazione della deputata francese Marielle Gallo, che ipotizza la possibilità di procedere penalmente, già a livello europeo, contro chi viola i diritti di proprietà intellettuale. Oggi la Francia e il Regno Unito puntano sulla legge dei “tre colpi”, mentre sembra prendere di nuovo piede l’idea di licenze legali, un sistema già sperimentato nella cosiddetta copia privata, certamente più agile. Con questo sistema, il diritto d’autore sarebbe corrisposto all’origine dai provider, applicando una percentuale ad ogni abbonamento alla Rete: una sorta di presunzione di donwload illegale (che però così diventerebbe legale) su ogni connessione ad Internet. La ripartizione dei diritti dovrebbe poi avvenire grazie alla trasmissione dei dati dei file scaricati, ma qui si pongono problemi di priacy. Peraltro, una recentissima sentenza della Corte di giustizia UE (C-467/08) ha ribadito la piena validità dell’equo compenso “che deve essere considerato quale contropartita del pregiudizio subito dall’autore”, una specie di risarcimento, cioè, per il mancato acquisto dell’originale. Tale sistema finisce di fatto per sancire non solo la legittimità, ma anche la funzionalità di una ritenuta alla fonte per garantire il diritto d’autore.

Lo scorso 29 gennaio, il giornale La Padania denunciava la S.I.A.E. come una società non più in grado di competere in un mercato sempre più globale, con le altre società di collecting europee. La provvigione che essa trattiene agli autori ed editori per la fornitura del proprio servizio sarebbe tra le più alte in Europa, mentre i rendiconti e, di conseguenza, i pagamenti, sarebbero sempre più lenti.

Sarebbe inoltre in atto una battaglia intestina all’interno della stessa S.I.A.E. Da un lato, infatti, vi è lo schieramento – che fa capo alle major F.E.M. (Federazione Editori Musicali) – che lotta per una società più snella e meno articolata, che concentri la propria attività solo sul diritto d’autore, escludendo le attività paralaterali. Dall’altro lato, i piccoli autori e le indipendenti vorrebbero un impegno maggiore in ambito locale, con una raccolta più capillare dei diritti.In tutto ciò, la S.I.A.E. sta tentando di rinnovarsi. Non in ultimo, il nuovo riassetto della Società (avvenuto con legge del 9 gennaio 2008 n. 2) ne ha comportato la trasformazione in ente pubblico “economico” a base associativa. Il che, oltre a sottolinearne la natura privatistica e la soggezione alle norme del diritto privato (di fatto, la S.I.A.E. non ha mai ottenuto sovvenzioni statali), l’ha anche sottratta alla giurisdizione amministrativa, certamente più lunga e più tortuosa. Oggi le controversie devono essere instaurate innanzi all’Autorità Giudiziaria Ordinaria. La conseguenza è notevole: se il Giudice Amministrativo aveva prima il potere di sospendere e correggere le ordinanze di ripartizione della S.I.A.E., annullandole ed eventualmente anche entrando nel merito delle stesse, il Giudice civile non ha questa facoltà. Innanzi all’A.G.O. si può ricorrere solo per questioni di risarcimento del danno, senza tuttavia intromissioni di sorta sulle scelte. Così, il ricorso alla magistratura non potrà più essere oggetto di strumentalizzazione, con paralisi dell’intera fase di distribuzione.A cura dell’avv. Angelo Greco