La nuova disciplina contro la pirateria

30 giorni fa, l’AGCOM ha reso pubblico il testo di quella che, dopo la consultazione pubblica di 60 giorni, diverrà la nuova legge per combattere la pirateria informatica. Tante le novità. Ma altrettanti i dubbi.

Youtuber

Non sappiamo quanto, in questo processo, abbiano influito i lavori svolti dal Comitato Governativo Antipirateria, istituito un paio di anni fa; anche perché i risultati a cui quest’ultimo è pervenuto, per quanto inizialmente ispirati ad un principio di trasparenza (essi dovevano essere pubblicati di volta in volta su internet), non sono mai stati divulgati.

Hanno però giocato un ruolo decisivo gli iter normativi dei vari stati dell’Unione Europea, iter che hanno portato la Francia e il Regno Unito ad approvare leggi tanto assurde quanto incostituzionali, come quella “dei tre colpi” (al terzo avviso di violazione del copyright, l’utente si vede interrompere la connessione ad Internet, senza processo e senza un accertamento sulla sua effettiva responsabilità).

Di certo, la nostra legge Urbani era divenuta vetusta ed insufficiente ad arginare quello che, per dirla con le parole di Luca Neri, è stato definito “l’assalto al copyright”. Peraltro un ulteriore inasprimento delle pene, pur senza determinare un reale deterrente al fenomeno della pirateria, avrebbe macchiato di infamia il Parlamento.
Il nuovo sistema invece, ispirato al modello statunitense, mira all’effettività della tutela piuttosto che alla mera comminazione di sanzioni. Ecco, in sintesi, il suo funzionamento.

Qualora un sito ospiti un contenuto lesivo del diritto d’autore altrui (sia che si tratti di un’opera integrale – un album musicale, un film, ecc. – disponibile in download o in streaming, sia che si tratti di un semplice link o indicizzazione del file pirata presente su altri siti), il soggetto leso (o, in sua vece, un ente rappresentativo come la SIAE) potrà ordinarne al gestore del sito l’immediata rimozione del contenuto.
Dal momento della richiesta, il gestore avrà quarantotto ore di tempo per ottemperare alla richiesta. Qualora non adempia spontaneamente, egli non subirà alcuna sanzione, ma l’interessato potrà presentare ricorso all’AGCOM. Quest’ultima, a sua volta, avrà cinque giorni di tempo per svolgere un’istruttoria sommaria e, al termine di essa, ordinare al gestore la rimozione del contenuto protetto.
Se neanche dopo l’ordine dell’Authority si effettua la rimozione, l’AGCOM irrogherà le sanzioni.
Questo è, di fatto, quanto avviene già tutt’oggi: un meccanismo di autotutela, unito ad una sorta di procedimento amministrativo, che tiene lontane le parti dalle impervie ed inefficienti aule dei tribunali.

Cosa succede però se il fornitore del servizio non gestisce un semplice sito, ma una piattaforma (come, per esempio, YouTube o Facebook), dove gli utenti possono caricare, in perfetta autonomia, materiale di qualsivoglia tipo e contenuto?
In tale caso, il gestore del sito, che è ovviamente un soggetto diverso da colui che ha pubblicato il materiale, non “dovrebbe” essere responsabile personalmente della lesione del diritto d’autore. Il condizionae, tuttavia, è d’obbligo perché si tratta di un principio (quello della cosiddetta “neutralità dell’intermediario”) che i giudici italiani hanno dimostrato più volte di non comprendere (si pensi alla recente condanna dei tre dirigenti di YouTube per non aver impedito a dei ragazzi di caricare, sulla piattaforma, il video del pestaggio di un minore down; si pensi ancora all’oscuramento di un blog dell’ADUC per aver ospitato post anonimi asseritamente diffamatori).

Ebbene, al di là di ciò, il gestore del servizio, secondo il modello di legge in approvazione, avrà, come detto, solo quarantotto ore di tempo dalla richiesta del presunto titolare per:

a) contattare il responsabile della pubblicazione;

b) dargli il tempo per controdedurre;

c) analizzare le controdeduzioni, eventualmente rispondendo al richiedente;

d) infine procedere, se del caso, alla rimozione del contenuto protetto.

Un lasso di tempo certamente troppo breve, che potrebbe invece portare il gestore del servizio ad una soluzione più rapida, ma meno garantistica: l’autonoma rimozione del contenuto, dietro semplice segnalazione del presunto titolare. Un rapporto diretto, quindi, tra gestore ed autore, che lascia fuori l’utente e ne calpesta il diritto alla difesa. In altre parole, si attuerebbe un’autotutela di fatto a tutela dei gestori non solo dalle sanzioni dell’AGCOM, ma soprattutto dalle ritorsioni dell’industria dei contenuti con cui, sempre più spesso, questi stringono rapporti commerciali di vario tipo (si pensi agli accordi tra YouTube, la CNN e la Warner Bros). Come al solito, però, a farne le spese sarà il piccolo cittadino, travalicato dai grandi interessi economici.

Qualche giorno fa, per la prima volta, è capitato anche a me ciò che diversi utenti della rete avevano pubblicamente denunciato.
Avevo appena realizzato, attraverso un software di video editing – regolarmente acquistato con licenza –, il montaggio delle mie vacanze. Ad esso avevo aggiunto un commento musicale in sottofondo: la hit estiva  più cavalcata. Non che amassi l’artista di turno da Festivalbar, ma a volte anche la vita ha bisogno di una sua colonna sonora spensierata. Ho salvato il risultato su una memoria esterna, anch’essa comperata al bigstore di turno e su cui avevo peraltro pagato il balzello dell’ “equo compenso” alla SIAE (ma questa è un’altra storia). Infine ho caricato il video su YouTube per condividerlo con gli amici.
A distanza di poche ore, però, BigG mi ha inviato una mail con il seguente messaggio:
“Il tuo video Agosto-2010 potrebbe contenere materiale di proprietà o concesso in licenza da WMG.
Non è richiesta alcuna azione da parte tua; se ti interessa sapere come ciò influirà sul tuo video, visita la sezione “Corrispondenze ID video” del tuo account per ulteriori informazioni.”

In pratica, con questo messaggio YouTube mi comunicava di aver tolto l’audio dal mio filmato perché “presumibilmente” lesivo del diritto d’autore dell’artista. Il tutto grazie alla segnalazione di software di ricerca automatica, che non hanno vagliato però le mie intenzioni non commerciali, né che ad essere “rubati” erano stati solo quaranta secondi di canzone. Il tempo del ritornello.
Eppure mio padre, ai suoi tempi, creava montaggi con le pellicole del Super8, addizionandole con le musiche dei Platters. La mia stessa giovinezza era cresciuta all’ombra delle note del quintetto di colore di Los Angeles, autore del più caldo ed apprezzato doo-wop.

Cosa sta succedendo invece oggi? Quale interesse economico può essere leso dall’utilizzo di quaranta secondi di un brano senza alcun fine di lucro? Sta succedendo che una serie di condotte, un tempo tollerate, sono tutto ad un tratto considerate illecite. Quel che prima era, di fatto, consentito e avveniva tranquillamente nella riservata sfera delle persone è divenuto illecito. È come se le case fossero diventate trasparenti. Le industrie dei contenuti, in altre parole, hanno iniziato ad abusare dei loro diritti.

Anche l’innocente attività ricreativa derivante dall’utilizzo di una canzone è considerabile violazione del diritto d’autore. Così succede che il gestore della piattaforma, per evitare questioni legali con la SIAE, l’AGCOM  o, ancor di più, con le major, decide, senza dirci nulla, di cancellare le nostre creazioni.
Ma quel che non si capisce è che così si toglie alla collettività la proprietà su un patrimonio culturale collettivo. La nostra stessa storia è composta di musica. Un po’ come togliere le canzoni di battaglia agli eserciti o la canzone di amore alla scena di un bacio…
Si rasenta l’impossibile.

Bisogna piuttosto entrare nell’ordine di idee che internet è, per il cittadino del nuovo millennio, una realtà concreta a tutti gli effetti. Navigare tra i siti è come passeggiare su una strada pubblica. Scrivere un commento su un forum è come parlare in una piazza. Impedire che ciò avvenga significa ledere dei diritti costituzionali. Pertanto solo un giudice – e non una giustizia privata – può stabilire, in contraddittorio tra le parti, se è stato commesso un illecito.
Diversamente ragionando, si arriva al paradosso giuridico di travalicare un diritto personale in ragione di uno a carattere economico, per quanto il primo riceva, da qualsiasi carta costituzionale, un peso maggiore.

Rimaniamo inoltre perplessi sulla quella che la legge chiama “sommaria istruttoria” e che dovrebbe essere svolta dall’AGCOM. L’accertamento di una lesione del diritto d’autore necessita di perizie tecniche ed analisi tutt’altro che immediate. Sorge allora il sospetto che si sia voluto istituire, nell’interesse di una classe economica forte, un procedimento ad hoc, l’ennesima legge ad personam.
Certo, è ammirevole lo sforzo, da parte dell’Authority, di risolvere stragiudizialmente un numero di controversie che va sempre più crescendo. Ma si dimentica che, nel nostro ordinamento, esistono già forme di soluzione del contenzioso attraverso meccanismi privatistici, cui è riconosciuta la stessa efficacia della sentenza giudiziale. Mi riferisco al lodo arbitrale, la cui utilità è stata compresa da tutte le organizzazioni sportive, che vi fanno puntualmente ricorso per statuto.

Ritengo, in definitiva, che non è attraverso la procedura civile e l’istituzione di nuove forme di processo che si risolve la crisi del diritto d’autore. Bisogna piuttosto chiedersi se, alla luce dell’ineliminabilità del fenomeno della pirateria, non sia invece il caso di rivedere a monte la disciplina sostanziale di questo dinosauro giuridico che il nostro tempo ancora si porta dietro.

A cura dell’avv. Angelo Greco
www.avvangelogreco.it