La Pubblica Amministrazione è obbligata a usare la PEC

Il T.A.R. dalla Basilicata ha condannato la Regione Basilicata all’uso della PEC. Se esistono gli strumenti tecnologici, ricordano i magistrati, la Pubblica Amministrazione è obbligata ad adottarli. Una sentenza innovativa che crea un importante precedente.

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La sentenza del T.A.R. della Basilicata n. 478/2011, emessa a seguito della class action azionata dall’associazione di tutela dei consumatori “Agorà Digitale”, ha condannato la Regione Basilicata all’uso della PEC. Secondo i magistrati, se esistono gli strumenti tecnologici la Pubblica Amministrazione è obbligata ad adottarli.

La sentenza ha una portata innovativa di rilievo. Essa, forse, è il primo esempio di giurisprudenza nel nostro Paese che riconosce le fondamentali libertà digitali dei cittadini nei confronti della Pubblica Amministrazione.

Posta Elettronica Certificata: natura e scopo

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Prima di tutto è doveroso un chiarimento su natura e scopo della PEC (acronimo di Posta Elettronica Certificata). Questo strumento, di cui tutti i professionisti e le amministrazioni devono disporre, è nata nel nostro ordinamento per sopperire alle deficienze probatorie connesse all’email.


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Alla normale posta elettronica, il nostro codice di procedura civile non riconosce il valore di prova se non nei limiti delle altre “riproduzioni meccaniche” (per es. le fotocopie). Il che vuol dire che l’email non costituisce una prova se contestata dalla controparte (attività che, in un normale giudizio, è per un avvocato una routine).

Così la tecnologia ha partorito la Posta Elettronica Certificata, un sistema che, attraverso chiavi di crittazione, consente la prova dell’invio e della ricezione del documento, al pari di una raccomandata A/R.

Difatti, la PEC viene considerata dalla legge come avente i requisiti della “forma scritta”.

P.E.C. e Regione Basilicata: i fatti

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Ecco, dunque, la vicenda. Tutto ha inizio quando l’associazione Agorà Digitale, accortasi che la Regione Basilicata non si era ancora dotata di un indirizzo di posta certificata nonostante quanto imposto dal codice dell’amministrazione digitale (d.lgs. n. 82/2005), ha diffidato la stessa a munirsi di una PEC e di comunicarne gli estremi sul proprio sito, onde consentire ai cittadini il libero esercizio dei diritti di relazione con l’ente territoriale.

La Regione ha risposto eloquentemente con il silenzio e così è stata azionata la tutela giudiziaria.


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La sentenza, emessa non molte settimane fa dal T.A.R., ha una chiarezza invidiabile, sicché conviene prendere le mosse proprio dalle motivazioni del provvedimento per spiegare il nocciolo della questione.

Innanzitutto, il Tribunale Amministrativo, in rigetto all’opposizione di controparte, ha riconosciuto legittimazione ad agire all’associazione di tutela dei consumatori Agorà Digitale per il sol fatto che la stessa aveva inserito, nel proprio oggetto sociale, la “tutela delle libertà digitali“, materia che certo è conforme alla natura dell’azione intrapresa.

La sola astratta previsione nello statuto di tale scopo, secondo i magistrati, è sufficiente indice di rappresentatività degli interessi diffusi e, pertanto, conferisce legittimazione attiva all’ente. Il che è un riconoscimento di efficacia ad uno strumento – quello della class action – di recente introduzione nel nostro ordinamento.

Quanto al merito, il Tribunale ricorda che già l’art. 2 del d.lgs. 7 marzo 2005 n. 82 (il cosiddetto “Codice dell’amministrazione digitale”) dispone che:

“Lo Stato, le regioni e le autonomie locali assicurano la disponibilità, la gestione, l’accesso, la trasmissione, la conservazione e la fruibilità dell’informazione in modalità digitale e si organizzano ed agiscono a tale fine utilizzando con le modalità più appropriate le tecnologie dell’informazione e della comunicazione.”

La sentenza: il quadro giuridico

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In parole molto più semplici, la norma impone alla Pubblica Amministrazione di comunicare con il cittadino in via digitale.

In stretta correlazione, il successivo art. 3 riconosce agli utenti il diritto di “richiedere ed ottenere l’uso delle tecnologie telematiche nelle comunicazioni con le Pubbliche Amministrazioni”.

Completa il quadro l’art. 6 che, tra le modalità di comunicazione tra privato e P.A., annovera la PEC per la trasmissione telematica di documenti che necessitano di una ricevuta di invio e di una ricevuta di consegna.

Il quadro normativo disegnato dal Codice dell’amministrazione digitale necessitava, tuttavia, di norme di pratica attuazione.

Incredibile a dirsi ma, con il tempismo che è solito del nostro Paese, queste sono state introdotte ben quattro anni dopo: un lasso di tempo in cui, a volte, la tecnologia si rivoluziona, rischiando di far risultare obsoleto lo stesso corpo normativo del 2005.

Così è stato varato il d.lgs. n. 150/2009 che, all’art. 11, comma 5, ha attuato lo strumento della PEC per rendere effettivi i principi di trasparenza nella P.A. La norma impone alle amministrazioni (anche regionali) di pubblicare sui propri siti istituzionali le informazioni concernenti ogni aspetto dell’organizzazione e, quindi, anche gli indirizzi di posta elettronica certificata, fruibili dagli interessati.

Le linee guida della nuova normativa

I peccati della PA (RETROATTIVO URGENTE)

Le linee guida per i siti Web della P.A., dettate nel 2010 dal Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, hanno poi chiarito che l’elenco delle caselle di posta elettronica certificata deve essere:

  • costantemente disponibile all’interno della testata;
  • collocato in posizione privilegiata, in modo da essere visibile nella homepage del sito.

Il predetto quadro normativo porta inequivocabilmente ad una – ed una sola – conclusione. La Pubblica Amministrazione ha l’obbligo di comunicare, su richiesta del cittadino, tramite PEC (per la trasmissione dei documenti e le risposte alle istanze). Essa, quindi, a monte, deve valersi di tutti gli strumenti tecnici e organizzativi finalizzati a rendere pubblico tale indirizzo email.

Il passaggio più interessante della sentenza, tuttavia, è forse quello finale. Il TAR individua la mancata adozione della PEC come un vero disservizio ai danni del cittadino, obbligato così a lunghe file presso gli uffici postali e ad usare il meno vantaggioso strumento della carta (la tradizionale raccomandata). Il disservizio è anche ai danni dell’erario, costretto ai sistemi di notifica tradizionali, di certo più costosi e lunghi.

Un passo avanti nella teoria che però non toglie nulla alla pratica. Dagli ultimi “censimenti”, infatti, emerge che le amministrazioni sono ancora prive degli strumenti elettronici e telematici di sostegno per il cittadino. Ivi compresa la PEC. Si prevedono, dunque, nuove puntate giudiziarie.

Luca Paolucci
Laurea in Economia e Management
Laureando in Management Internazionale
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