Sostituzione di persona online: pena, rischi e sanzioni

La sostituzione di persona: un reato che con le nuove tecnologie appare sempre più in aumento. La sentenza del 2007 della Cassazione crea un importante precedente e mette in guardia gli utenti di Internet dai rischi derivanti dalla falsificazione di identità.

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Sentenza storica della Corte di Cassazione, che a fine 2007 ha riconosciuto colpevole un soggetto che aveva aperto un account di posta elettronica utilizzando i dati di un’altra persona esistente e mediante questo aveva allacciato rapporti in Rete con altri utenti.

Appargono quantomai diffuse quelle pratiche in Internet che corrispondono alla fattispecie penalmente rilevante della cosiddetta sostituzione di persona (articolo 494 del codice penale).

Tale norma non rientra a pieno titolo nelle previsioni tipiche dei computer crimes introdotti con la legge 547/1993, tuttavia una sua applicazione alle nuove tecnologie sembra essere alquanto necessaria.

Sostituzione di persona: la sentenza della Cassazione

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La Corte di Cassazione a fine 2007 ha riconosciuto colpevole un soggetto che aveva aperto un account di posta elettronica utilizzando i dati di altra persona esistente e mediante questo aveva allacciato rapporti in Rete con  altri utenti. Una simile condotta, a parere della Corte, ben integra la fattispecie prevista dall’art. 494 del codice penale (sostituzione di persona), in quanto viene pregiudicato il bene tutelato dalla norma: la fede pubblica.


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Il supremo collegio ha precisato in tal senso che:

“Oggetto della tutela penale, in relazione al delitto preveduto nell’art. 494 c.p., è l’interesse riguardante la pubblica fede, in quanto questa può essere sorpresa da inganni relativi alla vera essenza di una persona o alla sua identità o ai suoi attributi sociali. E siccome si tratta di inganni che possono superare la ristretta cerchia di un determinato destinatario, così il legislatore ha ravvisato in essi una costante insidia alla fede pubblica, e non soltanto alla fede privata e alla tutela civilistica del diritto al nome”.

La spiegazione giuridica della sentenza

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In particolare, nell’analizzare la condotta posta in essere dall’imputato, la Corte ha valutato tutti i presupposti previsti dall’art. 494 del codice penale.

Infatti, il fine primo e ultimo dell’imputato è stato quello di recare ad altri (il vero titolare delle generalità) un danno, inducendo taluno in errore (gli utenti della Rete). Inoltre, ha sostituito illegittimamente la sua persona a quella di altri, tant’è che gli utenti credevano di interloquire con la vera titolare di quei dati e non anche con un soggetto diverso nascosto dietro la falsa identità.


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La presente sentenza, dunque, mette in evidenza uno dei problemi intrinsechi della Rete, ossia il nascondersi dietro nickname o nomi di altre persone per porre in essere condotte al limite del lecito (soprattutto nei forum o newsgroup o chat, finanche nelle pratiche di phishing).

E la Corte ricorda che solo il fatto di nascondersi dietro una falsa identità al fine di recare danno ad altri o trarre profitto è reato ed è punito fino ad un anno di reclusione.

 

Luca Paolucci
Laurea in Economia e Management
Laureando in Management Internazionale
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