Garante: privacy per il dipendente che naviga online

Il datore di lavoro non può monitorare la navigazione in Internet del dipendente. Lo afferma il Garante della privacy, che ha vietato a una società l’uso dei dati relativi alla navigazione sul Web di un dipendente che, pur non essendo autorizzato, si era connesso alla Rete da un computer aziendale.

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Il Garante della privacy ha dato ragione ad un lavoratore licenziato dal proprio capo poiché scoperto a navigare in Rete da un computer aziendale senza autorizzazione.

Il datore di lavoro, dopo aver sottoposto a esame i dati del computer, aveva accusato il dipendente di aver consultato siti a contenuto religioso, politico e pornografico, fornendone l’elenco dettagliato.

Per contestare l’indebito utilizzo di beni aziendali, afferma il Garante nel suo provvedimento, sarebbe stato in questo caso sufficiente verificare gli avvenuti accessi a Internet e i tempi di connessione senza indagare sui contenuti dei siti. Insomma, altri tipi di controlli sarebbero stati proporzionati rispetto alla verifica del comportamento del dipendente.


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Lavoratore scoperto a navigare in Rete: la decisione del Garante

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Il Garante della privacy ha redarguito l’operato di un datore di lavoro che, dopo aver licenziato un proprio dipendente scoperto a navigare in Rete dal pc aziendale senza autorizzazione, aveva sottoposto a esame i dati sulle ricerche online eseguite dal lavoratore:

“Non è ammesso spiare l’uso dei computer e la navigazione in Rete da parte dei lavoratori. Sono in gioco la libertà e la segretezza delle comunicazioni e le garanzie previste dallo Statuto dei lavoratori. Occorre, inoltre, tener presente che il semplice rilevamento dei siti visitati può rivelare dati delicatissimi della persona: convinzioni religiose, opinioni politiche, appartenenza a partiti, sindacati o associazioni, stato di salute, indicazioni sulla vita sessuale”.

Nel caso sottoposto al giudizio del Garante, dopo una prima istanza, senza risposta, rivolta alla società, il lavoratore aveva presentato ricorso contestando la legittimità dell’operato del datore di lavoro.

La società aveva allegato alla contestazione disciplinare notificata al lavoratore, in seguito licenziato, numerose pagine dei file temporanei e dei cookies originati sul suo computer dalla navigazione in Rete, avvenuta durante sessioni di lavoro avviate con la password del dipendente. Da queste pagine, copiate direttamente dalla directory intestata al lavoratore, emergevano anche diverse informazioni particolarmente delicate che la società non poteva raccogliere senza aver prima informato il lavoratore.

Per il Garante spiare la navigazione è illecito

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Sebbene, infatti, i dati personali siano stati raccolti nel corso di controlli informatici volti a verificare l’esistenza di un comportamento illecito, le informazioni di natura sensibile, in grado di rivelare ad esempio convinzioni religiose e opinioni sindacali o politiche, potevano essere trattate dal datore di lavoro senza consenso solo se indispensabili per far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria. Indispensabilità che non è emersa dagli elementi acquisti nel procedimento.

Illecito, inoltre, è anche il trattamento dei dati relativi allo stato di salute e alla vita sessuale del dipendente.

Secondo il Codice della privacy, infatti, tale tipo di trattamento può essere effettuato senza consenso solo se necessario per difendere in giudizio un diritto della personalità o un altro diritto fondamentale. La società, in questo caso, intendeva invece far valere diritti esclusivamente legati allo svolgimento del rapporto di lavoro.

Luca Paolucci
  • Laurea in Economia e Management
  • Laureando in Management Internazionale
  • Esperto di: Politica, Economia e Detrazioni Fiscali
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